Cieli di Parole

Rivista di scrittura, cinema, TV e tutto quanto fa cultura

29 gennaio 2012

Un incontro speciale di Fabrizio Merolle

Racconto 3° classificato al 1° Concorso Cieli di Parole

Il racconto che pubblichiamo oggi è il terzo classificato al nostro concorso letterario.

Due ladri, nel corso di un furto in un appartamento, si imbattono in un cadavere. Passato lo spavento, si renderanno conto che quel corpo apparentemente esanime ha in serbo una grande sorpresa. Un incontro veramente speciale che cambierà le loro vite per sempre.

Un incontro speciale

di Fabrizio Merolle

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Il cadavere era accasciato in un angolo della stanza. La carne era straziata da numerose piccole ferite circolari dalle quali non usciva sangue. Ogni taglio era circondato da un alone bluastro fosforescente. Una mano ridotta in poltiglia giaceva abbandonata sul tappeto. Gli occhi erano stati estirpati uno dopo l’altro e un orrendo pus azzurrino colava dalle orbite vuote. Mentre esaminavamo il corpo, ci rendemmo conto che il veleno azzurro pareva quasi muoversi, come se fosse stato dotato di vita propria.

Ale si voltò dall’altra parte e vomitò sul pavimento. Era riuscito a togliersi il passamontagna appena in tempo, mentre io cercavo di sfilare il mio.

Cazzo. Questo proprio non ci voleva.

«Avanti, riprenditi. Dobbiamo fare in fretta», dissi. «E non lo guardare.»

Cercammo dappertutto: nei cassetti del comodino, sotto il materasso, tra i libri. Alla fine trovammo un paio di anelli e un po’ di soldi. A occhio e croce centocinquanta – duecento euro. Troppo poco per rischiare di essere arrestati per un omicidio che non avevamo commesso.

«Tieni questi», dissi porgendo dei fazzoletti di carta al mio compagno. «Pulisci il vomito.»

Eravamo due semplici topi d’appartamento, non avevamo mai fatto del male a qualcuno e stare in quella stanza con quel cadavere mi faceva venire la nausea. Io e Ale non eravamo certo due stinchi di santi ma in quel momento mi chiesi come poteva la natura umana arrivare a fare una cosa del genere. Che razza di persona poteva estirpare gli occhi a un essere umano? Sperai per quel poveretto che fosse già morto prima che il suo assassino si fosse preso i suoi occhi. Per un attimo mi sentii uno sciacallo, rubare in quel modo a un morto…

Poi pensai che ovunque fosse quell’uomo non aveva certamente bisogno di soldi, così mi avvicinai al corpo per cercare degli eventuali schizzi di vomito – che avrebbero sciolto ogni dubbio agli investigatori sul fatto che qualcun altro era stato lì dopo l’omicidio – quando il cadavere mi afferrò la gamba. Urlai e quando Ale si girò verso di me urlò anche lui. Tentai di arretrare ma la presa del morto era forte e caddi all’indietro, sempre con la caviglia stretta nella sua unica mano integra.

«Aiutatemi», disse il cadavere.

«Cazzo, Ale! Liberami!»

Il mio compagno vomitò di nuovo.

«Dovete aiutarmi», ripeté il morto. Perché era morto, su questo non poteva esserci alcun dubbio.

Ale si avvicinò al cadavere e domandò: «Signore, si sente bene?»

«Ma che cazzo di domande fai? Ti sembra che stia bene?» Afferrai le dita del morto e tentai in ogni modo di aprirle, ma la sua presa era troppo forte.

«Apri l’armadio, l’anta destra», disse il morto.

Ale mi guardò.

«Avanti, imbecille. Fallo», lo esortai.

«Solleva la base in legno», continuò l’essere. «Ci deve essere una scatolina che voi due ladri da quattro soldi non avreste trovato nemmeno se ci avessi messo sopra un lampeggiante. Aprila.»

Ale urlò di nuovo. «Ci sono due occhi», disse.

«Certo, e cosa credevi di trovare, il tesoro di Tutankhamon? Vieni qui e infilameli, svelto.»

«Non lo fare Ale. Liberami!» Le dita dell’essere cominciarono a stringere la caviglia e io gridai.

«Muoviti o riduco la caviglia del tuo compare in briciole.»

Ale si avvicinò e spinse i due occhi nelle orbite vuote.

«Imbecille», disse il morto, «quello destro l’hai messo al rovescio. Ah, lascia, faccio da me.» Mollò la gamba e con la mano buona si sistemò l’occhio. Poi si mise a sedere sul pavimento e fece per grattarsi la testa con la mano maciullata. Imprecò quando si rese conto di non avere più le dita. «Maledetto, stavolta ha esagerato.»

Io e Ale lo fissavamo con aria da ebeti, troppo sconvolti anche solo per fiatare.

«E voi due cosa avete da fissare?» disse mettendosi in piedi. «Ah, già. Umani. Talmente sciocchi da adorare qualche divinità immaginaria che vi riducete a non riconoscere qualcosa di veramente sovrannaturale quando vi si presenta di fronte.»

«Ma tu… chi o cosa saresti?» chiesi.

Lui si impettì e rispose: «Nientemeno che uno dei tanti esseri immortali che vivono sul vostro pianeta. Purtroppo non tutti sono buoni come il sottoscritto. Quello che è venuto a trovarmi ieri per esempio non lo è per niente. E non è la prima volta che si mangia i miei occhi. Può avere tutti gli occhi che vuole eppure continua a volere i miei. Bah, suppongo che voglia dimostrare di essere il più forte. Io dal canto mio tengo sempre un paio di occhi di riserva nell’armadio. Non che mi servano davvero ma, ve lo immaginate, andarmene in giro con le orbite vuote?»

«E quegli occhi… di chi sono?»

«Quali, questi? Oh, di nessuno. Persone ormai defunte.»

«Ci ucciderai?» chiesi.

«Uccidervi? E perché dovrei farlo?» Mi fissò. «Anche se due paia di occhi in più potrebbero tornarmi utili.» Scoppiò a ridere. «Ehi, tranquilli, stavo scherzando. Dovreste vedere le vostre facce.»

«Quindi possiamo andare?»

«Non prima di avermi restituito i soldi che mi avete rubato.»

«Uh? Oh, sì, certo.» Tirai fuori i soldi e gli anelli e li restituii al proprietario, poi mi diressi con il mio compagno verso la porta.

«Un momento», domandò l’essere immortale all’improvviso. «Come faccio a sapere che non racconterete a nessuno quello che avete scoperto?»

«Chi noi?» chiese Ale. «Non si deve preoccupare di questo, ci deve credere.»

«Mmm», disse lui. «Mi sa che alla fine mi conviene uccidervi.»

Iniziai a sudare freddo.

«Oppure», continuò, «potreste diventare i miei servitori. Inizierei a donarvi qualche potere, piccole cose tipo questa.» Si guardò la mano maciullata e un secondo dopo una mano nuova di zecca stava ricrescendo al posto di quella vecchia. «Poi, se nel corso degli anni dimostrerete di essere all’altezza del compito che vi sto assegnando, potrei anche decidere di donarvi la vita eterna.»

Sono passati all’incirca sette secoli da allora – anno più anno meno – e io e il mio fido compagno Ale siamo ancora qui, su questo pianeta abitato da umani e non. La tecnologia e la scienza hanno fatto passi da gigante nel corso degli anni, ma la razza umana è rimasta la stessa. In nome di qualche Dio o per avidità – in questi ultimi secoli intanto l’acqua è diventata il bene più prezioso – cercano ancora di uccidersi l’un con l’altro, esattamente come quando ancora ero umano io. E noi esseri immortali speriamo tanto che un giorno ci riescano, altrimenti della Terra non rimarrebbe più neanche il poco che di intatto gli umani hanno lasciato.

2 commenti - Commentate qui!:

  1. Bello davvero!
    Molto originale!

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  2. a me è piaciuto molto questo racconto

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