Cieli di Parole

Rivista di scrittura, cinema, TV e tutto quanto fa cultura

28 gennaio 2012

Simenon non Maigret

di Annalisa Petrella

“...Io mi rapporto all'uomo, all'uomo tutto nudo, all'uomo che è solo

faccia a faccia con il suo destino, cosa che considero l'apice del romanzo..."

(Simenon - Le Romancier - 1945).

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Simenon a Milano in Vicolo Lavandai, 1955

La lettura dei romanzi non Maigret di Simenon è un’autentica rivelazione: in essi l’animo umano è messo a nudo senza riserve, o meglio, viene vivisezionato in ciascuna delle sue più oscure sfaccettature, facendo emergere tutte le caratteristiche del personaggio che, immediatamente, occupa la scena, diventando protagonista assoluto.

I personaggi sono scelti per lo più tra la gente comune, sono popolani o membri della piccola borghesia; conducono una vita ripetitiva, anonima, prevedibile, e l’abilità di Simenon sta proprio nel proiettarli di colpo in una vicenda totalmente nuova che li trasporta al di là dell’immaginabile fino al fondo di una sorprendente, tragica, inattesa condizione.

Prendiamo, per esempio, Kees Popinga protagonista del romanzo “L’uomo che guardava passare i treni”.

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Georges Simenon

L’uomo che guardava passare i treni

gli Adelphi, 1991, 211p.

Kees, un uomo normale di 39 anni, commerciante in una ditta di Import-Export, si è costruito una casa che deve ancora finire di pagare, è marito esemplare e padre di due figli. La sua è la classica metodica vita borghese.

Ma un giorno accade qualcosa d’imprevisto che spezza questa linearità e che, all’improvviso, lo trasporta in una nuova dimensione: la vita che conduce gli diventa completamente estranea, cagionando in lui addirittura ribrezzo, portandolo a osservare con distacco sdegnoso tutto ciò cha fa parte della sua quotidianità, moglie e figli inclusi; per questo motivo decide di chiudere definitivamente con il passato.

Con calma glaciale e determinazione assoluta Popinga si allontana dalla sua esistenza, considerata ormai del tutto insignificante, diventando, senza premeditazione alcuna, l’assassino di un’entraîneuse. Sì, in quell’incredibile mercoledì di dicembre, l’uomo intraprende un percorso totalmente nuovo e avventuroso che non si sarebbe mai figurato neanche lontanamente di ipotizzare: si lascia tutto alle spalle, si reca alla stazione e sale sul treno per Amsterdam dove, in una stanza dell'Hotel Carlton, strangola con un asciugamano Pamela Makinsen, attraente frequentatrice di night e mantenuta di uomini facoltosi.

Come ha potuto quest’uomo integerrimo diventare un assassino?

A suo avviso non è accaduto nulla di particolare, nel continuo turbinare dei suoi pensieri ricorre la frase: - Non è niente, no?

La donna l'aveva rifiutato, e non solo. L’aveva addirittura deriso, e lui, stordito dalla sua risata insolente, aveva reagito automaticamente, stringendole intorno alla gola il primo oggetto che gli era capitato a tiro. Non aveva pensato di ucciderla, voleva semplicemente punirne la sfrontatezza, soltanto aveva stretto un po' troppo.

Da qui in poi il protagonista si muoverà con un autocontrollo incredibile tra Amsterdam e Parigi, arrivando a sfidare direttamente il commissario Lucas, responsabile delle indagini, e precipitando sempre più pericolosamente in un magma di razionale follia che ribalterà la realtà a tal punto da fargli considerare le indagini della polizia come una sorta di sfida esaltante, per un verso, e persecutorio, per l’altro.

La lucidità di Popinga rivela i diversi volti della verità: l’uomo che per quarant’anni ha rispettato regole e canoni di comportamento fino al momento in cui si è reso conto di essere stato gabbato, a quel punto ha ribaltato il proprio punto di vista, decidendo di agire liberamente a dispetto di tutto e tutti. E alla fine, sul taccuino con gli appunti per scrivere le sue memorie dal titolo “La verità sul caso Popinga”, è registrata soltanto una frase: - Non c’è una verità, ne conviene?

Simenon, fin dalle prime pagine del giallo, compie una scelta innovativa e strategica, immettendoci direttamente nella mente dell’assassino e rendendoci pertanto partecipi di tutto ciò che pensa e gli accade; entrando nella testa di Popinga, seguiamo dall’interno sentimenti e pensieri che guidano le sue azioni, prendendo sempre maggior coscienza dello strappo avvenuto nella sua mente.

Nel discostarsi completamente dall’impianto classico dei romanzi gialli che solitamente partono da un omicidio e si sviluppano, attraverso le indagini, alla ricerca del colpevole, Simenon ci presenta subito l’assassino, facendoci penetrare a fondo nella sua vita e nella sua psiche, svelandoci, attraverso una trama solidamente costruita e ricca di colpi di scena, i risvolti più oscuri e imprevedibili della mente umana.

L’autore, con brillante originalità, crea un protagonista assoluto che mette in secondo piano tutti gli altri personaggi - familiari, investigatori, conoscenti occasionali, giornalisti - che, pur interagendo con lui, risultano esterni alla vicenda, mentre il lettore ne è immerso in ogni attimo, dall’inizio alla fine.

Popinga: lo strappo nell’anima.

Analizziamo ora il dottor Hans Kuperus, protagonista del romanzo “L’assassino”:

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Georges Simenon

L’assassino

Biblioteca Adelphi, 2011, 153 p.

Hans è un medico e conduce una vita agiata in una cittadina di provincia in Frisia. Da tempo aspira a diventare presidente del circolo dei notabili di cui è membro, ma la sua ambizione è sistematicamente bloccata dalla presenza del conte Schutter, bello, ricco, nobile, amato dalle donne sposate e non, che fa sue senza alcuna riserva. Kuperus ha ricevuto una lettera anonima in cui gli viene rivelato il tradimento della moglie, proprio con il conte Schutter, e il luogo dei loro incontri clandestini. E il primo martedì del mese di gennaio dell’anno successivo, ricevuta la lettera, si compie il giro di vite, “l’intreccio tra la vita di tutti i giorni e l’avventura più incredibile” si fa di colpo “tanto stretto che il dottor Kuperus ne prova un’eccitazione quasi voluttuosa”.

Era trascorso un anno prima che si decidesse, aveva avuto il tempo di verificare la veridicità dell’accusa e forse non avrebbe agito se Schutter, ancora una volta, non fosse stato eletto presidente dell’Accademia del biliardo, malgrado tutti sapessero quanto lui ci tenesse. Kuperus si procura una pistola, uccide i due amanti e fa affondare i due cadaveri nelle acque del lago.

Dopo l’omicidio, l’uomo riprende con calma implacabile le sue abitudini quotidiane, va al circolo, rientra a casa e trova il coraggio di mettere in pratica il desiderio da tempo sopito di portarsi a letto Neel, la domestica, una giovane insignificante popolana dalle carni sode. L’uomo è perfettamente presente a se stesso, continua a frequentare regolarmente il circolo dove, serenamente, si candida per la presidenza; offre la propria collaborazione alla polizia, partecipa compito alle esequie della moglie dopo il ritrovamento dei due cadaveri in un clima di solidarietà da parte di tutta la comunità colpita dallo scandalo dell’evidente tradimento.

Non esistono prove d’accusa contro di lui. L’uomo, al principio, non viene neppure sospettato. Ma, lentamente, precipita verso l’inesorabile. Simenon riesce a descrivere nei minimi dettagli, come solo lui sa fare, i pensieri e i comportamenti dell’uomo assalito dall’ombra del dubbio che qualcuno possa intuire o addirittura conoscere la verità. Kuperus si arrovella in elucubrazioni mentali e coinvolge la domestica in una trama sempre più stretta e soffocante nel timore che l’autore della lettera anonima sia ormai in grado di collegare l’uccisione dei due amanti ritrovati con la vendetta di un marito geloso. Sentendosi braccato, cade nell’abisso di un’ossessione persecutoria che lo isola dagli uomini e dal mondo, schiacciato dal peso della colpa di cui non aveva calcolato le terribili conseguenze. Kuperus: l’angoscia della colpa.

Passiamo al protagonista de “Gli intrusi”.

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Georges Simenon

Gli intrusi

Biblioteca Adelphi, 2000, 198 p.

Hector Loursat de Saint-Marc, di nobile famiglia, abita a Moulins in un’imponente casa patrizia, ombrosa e fatiscente, con la figlia e tre persone di servizio. Da diciott’anni - da quando la moglie se n’è andata con un altro, lasciandolo con una bambina di due anni - conduce un’esistenza isolata dal resto del mondo. Avvocato brillante in passato, si è trasformato in un orso sciatto e scontroso, dai grigi capelli ispidi e dalla barba incolta, con l’eloquio ridotto all’essenziale; trascorre intere giornate chiuso nel suo studio - diviso tra la lettura di trattati giuridici e di classici, ammucchiati in pile che arrivano fino al soffitto -, legge, fuma senza tregua e beve due bottiglie di borgogna al giorno. In città tutti lo considerano un talento sprecato, un ubriacone, ma per la sua posizione sociale e per la soggezione che incute, gli portano rispetto. Il comportamento di Loursat non è diverso nei confronti di Nicole, la figlia ormai adulta. Padre e figlia vivono nella stessa casa, ma si vedono il minimo indispensabile: pranzano e cenano insieme senza rivolgersi la parola, l’uomo si esprime per lo più a cenni e borbottii, se indispensabili. Insomma, tra loro corre un senso d’incomunicabilità ormai insuperabile.

La vicenda si apre subito con la scoperta di un omicidio avvenuto in una stanza al secondo piano di palazzo Loursat, in un’ala della casa dove l’uomo non si reca da anni. La vittima è uno sconosciuto, da poco freddato da un colpo di pistola. Da questo momento si dipana un intreccio di grande originalità: un gruppo di giovani, soprannominati “Gli intrusi”, amici di Nicole, hanno scelto come sede dei loro incontri proprio quell’ala del palazzo dove, animati da incoscienza e voglia di vivere esperienze proibite, organizzano feste e progettano attività discutibili. La scoperta dell’omicidio apre gli occhi di Loursat su una nuova dimensione dell’esistenza; di colpo, si rende conto che nella sua casa dall’aria opprimente e stagnante si svolge, parallelamente alla sua, un’altra vita completamente insospettata, animata da numerosi ed eterogenei personaggi che – ruotando intorno alla figura di Nicole, per lui completamente sconosciuta - vanno e vengono liberamente dalla porta di servizio, occupando il secondo piano. L’evento risveglia in lui una scintilla vitale e, da questo istante, fissa il suo sguardo, solitamente assente e inebetito dall’alcool, sulla figlia scoprendola completamente diversa da lui: è vitale, sbaglia anche, ma è forte e controllata, di più, è innamorata del giovane commesso della libreria che sarà accusato dell’assassinio.

L’ubriacone scorbutico e solitario esce dal torpore che lo aveva paralizzato negli ultimi vent’anni, ritrova un’energia dimenticata e decide di difendere il giovane. Tornerà in tribunale e s’impegnerà in una difficile indagine investigativa che lo porterà alla brillante risoluzione del caso, dando prova delle sue eccellenti capacità professionali e permettendogli di riappropriarsi di sapori e sentimenti della vita da tempo dimenticati.

Loursat: il riscatto.

Analizziamo ora Maloin, il ferroviere protagonista del romanzo “L’uomo di Londra”.

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Georges Simenon

L’uomo di Londra

gli Adelphi, 1999, 137 p.

Da quasi trent’anni, alla stessa ora, nello stesso luogo, Maloin compiva gli stessi gesti. Addetto agli scambi ferroviari a Dieppe, dalla vetrata della sua cabina di controllo aveva una visione completa della città e della stazione marittima: i traghetti in arrivo due volte al giorno dall’Inghilterra si disponevano lungo la banchina dove, a distanza di pochi metri, subito dopo la dogana, c’era la fermata dei treni in coincidenza per Parigi. Lui si occupava dei treni, ma nulla sfuggiva al suo occhio addestrato all’osservazione.

È notte. Dalla sua postazione dietro il vetro, Maloin assiste a una scena sconvolgente: un uomo sulla banchina riceve al volo, da un passeggero non ancora sceso dal traghetto, una valigia. Evitata così la Dogana, i due s’incontrano e si avviano verso il bar centrale, ma, poco dopo, tornati sulla banchina, c’è una colluttazione e l’uomo di Londra assale violentemente il compagno uccidendolo. La vittima, precipitando in mare, trascina con sé la valigetta.

Questo è l’evento imprevedibile che si scatena come un fulmine davanti agli occhi del ferroviere Maloin, facendolo diventare protagonista di una storia che si complica sempre più: ci sono stati un furto e un omicidio e, cosa di fondamentale importanza, lui ne è stato il testimone oculare. Simenon, anche qui, crea una casualità sconcertante nella vita di un uomo qualunque - un semplice, con famiglia, sostenuto da sani principi in una vita grigia e modesta -, facendo scaturire, con la sua capacità introspettiva, un nuovo e interessante personaggio, descrivendone le pulsioni, gli interrogativi, le voglie e le paure scatenate dalla vicenda.

Il giallo rivela passaggi inediti molto originali: ci sono il recupero e l’occultamento della valigetta da parte di Maloin che diventa, così, un ladro. Egli ha deciso di superare la barriera tra bene e male, ma, essendo un uomo di scarse pretese, non aspira a grandi cose: si compra una pipa nuova, regala abiti da boutique alla figlia e la fa licenziare dal lavoro umiliante in macelleria. Contemporaneamente, l’uomo si fa segretamente complice dell’assassino che non ha denunciato alla polizia e che osserva a distanza, quotidianamente, mentre si affanna disperatamente alla ricerca della valigetta.

Maloin è sempre più consapevole della frattura creatasi nel suo intimo e che lo fa sentire completamente diverso da ciò che era prima. Ha operato una scelta che l’ha fatto deragliare e che non gli offre via di scampo: ormai è costretto ad agire su due piani in una dimensione dissociata che non gli è consona e quando, finalmente, fronteggia l’assassino avviene l’irreparabile. Soverchiato da una forza incontrollabile, non può fare a meno di trasformarsi a sua volta in assassino.

Il ferroviere è precipitato in una caduta vertiginosa ma, con lucidità assoluta e determinazione implacabile, saprà affrontare le conseguenze dei suoi errori, dimostrando coerenza e onestà di fondo, risvegliando nel lettore rispetto e amara solidarietà per il suo animo devastato.

Maloin: l’imprevedibile sfida del caso.

“Il viaggiatore del giorno dei morti”, ovvero l’iniziazione di Gilles Mauvoisin.

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Georges Simenon

Il viaggiatore del giorno dei morti

Biblioteca Adelphi, 1999, 272 p.

Pubblicato nel 1941, “Il viaggiatore del giorno dei morti”, a differenza dei romanzi sopra citati, ha per protagonista un giovane di diciannove anni, Gilles Mauvoisin, che sbarca clandestinamente a La Rochelle, paese natale dei suoi genitori, la sera del 2 di novembre. Alto e magrissimo, avvolto in un lungo cappotto nero a lutto, tenendo in mano un improbabile cappello di lontra, ha il volto serio arrossato da un pianto recente, e si aggira con lo sguardo sperduto nei pressi del porto. Ben presto, in città gira la notizia dell’arrivo di Mauvoisin, rimasto orfano dei genitori, artisti itineranti da vent’anni in teatri di varietà e nei circhi, morti in Norvegia per asfissia in una camera d’albergo, a causa di una stufa difettosa.

Il giovane è povero e completamente solo, le ultime parole del padre morente sono state: - Tua zia… Eloi. Seguendo quindi questa indicazione Gilles si reca a La Rochelle per mettersi in contatto con la zia materna, Gerardine Eloi, e lo zio paterno, Octave.

Pur essendo abituato fin dalla nascita a girare il mondo, il ragazzo è intimidito dalla città in cui trova ora: tutto gli risulta estraneo anche se i racconti dei genitori gli forniscono dei punti di riferimento. Impaurito di fronte all’improvviso vuoto di affetti familiari, prima di prendere contatto con i parenti, trascorre qualche notte in una locanda sul porto, accolto da Jaja, un’ostessa molto materna, che lo prende sotto la sua ala protettrice. Ben presto Gilles si trova ad affrontare questa nuova vita, scoprendo di essere l'erede universale dello zio Octave, morto da poco, e di essere pertanto detentore di un patrimonio immenso. Il testamento pone delle clausole precise: dovrà vivere nel palazzo dello zio, dove ancora risiede la vedova Colette, e avrà le chiavi di una cassaforte, collocata nello studio, che potrà essere aperta soltanto quando ne scoprirà la combinazione.

Gilles intraprende così il suo viaggio verso l’età adulta. La realtà si ribalta di colpo: da povero diventa ricchissimo, da amato dai genitori diventa sempre più solo di fronte a responsabilità impensabili.

All’inizio, i maggiorenti della città lo accolgono con apparente favore, anche se il giovane avverte in essi una doppiezza nei comportamenti che li trasforma in nemici nel momento in cui Gilles si dedica personalmente alla gestione dei beni ereditati.

La sua indagine sulla vita dello zio e sul tipo di conduzione adottata per costruirsi un tale patrimonio svela che Octave è stato un uomo senza scrupoli, che ha calpestato tutto e tutti, che nella sua vita ha raccolto soltanto odio soprattutto da parte dei suoi concorrenti che, altrettanto cinici e arrivisti, si sono associati segretamente in un sodalizio chiamato il “Sindacato” per far fronte al suo potere e alla sua crudeltà. Lo zio Octave e i suoi concorrenti sono “pecore diventate lupi, gente di bassa estrazione che aveva dato l’assalto alle fortezze e alla quale si era dovuto fare, seppur a malincuore, un po’ di posto…

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L’intreccio si snoda in una serie di vicende sorprendenti che mettono in risalto il contrasto tra i sentimenti che animano Gilles - purezza, onestà, bisogno di rispetto e giustizia, desiderio di amare ed essere riamato - e quelli che trapelano dai parenti e dai notabili di La Rochelle - meschini, calcolatori, falsi e corrotti, preoccupati che il giovane sprovveduto e ingenuo si trasformi in un uomo capace di tenere loro testa e di sopraffarli. Il romanzo si trasforma in giallo nel momento in cui si scopre che lo zio e la moglie del dottor Sauvaget, sono morti avvelenati dall’arsenico. I sospetti cadono sul medico e su Colette, amanti da anni; la donna viene arrestata ma il giovane sosterrà a spada tratta la sua innocenza.

La figura di Gilles diventa sempre più forte e consapevole. Sposatosi con una giovane popolana, ha però scoperto quanto si possa essere soli nel matrimonio; è riuscito a decifrare il segreto della cassaforte che contiene i documenti raccolti dallo zio per tenere in pugno e ricattare i notabili della città; e, finalmente, affronta la situazione con il “Sindacato”, dimostrando una capacità e un controllo di sé che sorprende tutti. Durante il processo giudiziario si attiva con un’abilità che porta alla conclusione del caso secondo quanto desiderava.

La parte finale del romanzo ci mostra un uomo adulto che, attraverso le forti esperienze vissute, si è reso conto di correre il rischio di diventare come lo zio Octave e, dunque, si ribella. I sentimenti puri trasmessigli dal ramo buono dei Mauvoisin si sono fortificati e non vuole passare dall’altra parte; Gilles sceglie, infatti, la strada percorsa da suo padre e sua madre alla ricerca di una libertà e di una leggerezza d’animo da condividere con l’unica donna che può veramente amarlo per quello che è: Colette.

Concludiamo l’analisi dei personaggi di Simenon con una figura femminile: Betty.

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Georges Simenon

Betty

gli Adelphi, 1992, 142 p.

Betty arriva in una notte di pioggia alla “Buca” di Versailles, accompagnata da uno sconosciuto, un insospettabile drogato all’ultimo stadio, che l’ha rimorchiata, ubriaca, in un bar di Parigi. Giovane, attraente e minuta, veste abiti eleganti un po’ sgualciti, indossati ormai da tre giorni, giorni durante i quali ha vagato senza meta per la città, abbruttendosi con alcool e sesso occasionale. Ha seguito l’ultimo uomo in uno stato di semi-incoscienza e ora vuole toccare il fondo, continuando a bere nel locale dall’atmosfera fumosa che sembra il ritrovo degli “svitati” parigini dove Mario, il padrone, li segue con una familiarità quasi protettiva.

La donna precipita platealmente in un’ubriachezza totale e viene soccorsa da Laure, regolare frequentatrice della “Buca”, che, in accordo con Mario, la trasporta all’hotel Carlton, dove lei abita da tre anni.

Betty ha volutamente rotto tutti gli argini, si rinchiude in se stessa, si lascia lavare come un bambino inerme e curare dalla matura Laure, ma tace, vuole starsene in pace, isolata da tutto, e rimettere insieme i pezzi sparsi di sé.

In quel letto d’albergo, accartocciata in posizione fetale, vive un ritorno all’infanzia con i ricordi del periodo post-bellico e le sensazioni legate soprattutto alla scoperta della sessualità da sempre associata, per un verso, a un’idea di sporcizia, legata al giudizio morale materno, e per l’altro, alla convinzione della necessaria sopraffazione fisica dell’uomo sulla donna cui doversi rassegnare. Il trauma di aver assistito all’abuso compiuto dallo zio sulla cameriera quindicenne, e di essere a sua volta stata minacciata dello stesso trattamento nel caso in cui l'avesse rivelato alla zia, si fissa nella sua mente indelebilmente condizionandone i comportamenti successivi.

Betty ora ha ventotto anni, ha vissuto le proprie esperienze sessuali senza freni inibitori, né prima né dopo il matrimonio.

Quando ha incontrato Guy, un giovane ricco di solida famiglia, che, innamorato, l’ha voluta sposare inserendola in un mondo agiato e conformista, lei ha tentato di avvisarlo dei possibili rischi, ma l’uomo non ha voluto conoscerli.

La donna, tendenzialmente ninfomane, ha continuato a condurre una vita parallela a quella coniugale e si è fatta scoprire, da marito e suocera, nel salone di casa completamente nuda, impegnata in un amplesso con l’ultimo amante, mentre le sue figlie dormivano nella camera accanto. Il marito le ha fatto firmare un documento con l’ammissione di colpa e la rinuncia alla patria potestà sulle bambine e, pur garantendole un ricco mantenimento, l’ha allontanata dalla loro casa. Betty ha accettato di “vendere” le proprie figlie.

Questo il dramma.

Nella camera numero 53 per tre giorni s’intrecciano le vite di Betty e Laure, la ricca vedova quasi cinquantenne, che si è ritirata al Carlton per evitare la solitudine di una casa vuota. La donna divide le proprie giornate tra l’hotel e la “Buca” dove cena e trascorre le sue serate prima di essere raggiunta in camera da Mario.

Betty è silenziosa testimone della relazione sessuale tra i due e avverte un risveglio della propria vitalità offuscata che la distoglie momentaneamente dalle angosce e dai crucci. Raccontata con obiettività la propria storia a Laure, prende atto del fatto che la sua vita è a una svolta definitiva. Infatti, quando il marito la raggiunge e le offre una possibilità di ritorno, Betty rifiuta, ringraziando: ormai ha chiuso.

Entra così a far parte di questa nuova realtà che le si offre: resta in albergo e segue Laure nel locale dove anche le anime più sordide trovano un loro spazio, perché vige la regola di "non giudicare". Il bar-ristorante, completamente isolato dall’abitato, assume così una connotazione metaforica.

Betty si lascia alle spalle il passato, senza ulteriori rimpianti, e fa emergere liberamente la sua vera natura. Ha individuato un nuovo percorso, forse una via d’uscita: attira Mario nella sua sfera di attrazione e lo prende per sé, portandolo via all’amica che l’aveva salvata.

Simenon inserisce nell’ultima pagina un finale inatteso, che invita a riflettere e insinua nel lettore l’ombra del dubbio.

Betty: una donna.

Del romanzo, come di molti altri di Simenon, è stata fatta una trasposizione cinematografica di buona fattura per la regia di Chabrol.

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Betty (Francia 1992) di Claude Chabrol (103’)

Con: Marie Trintignant nella parte di Betty, Stephane Audran, Jean François Garreaud, Yves Lambrecht

I “Romans Romans”, o “Romans Durs”, rappresentano la prova più alta dell’arte di Simenon, a volte ingiustamente trascurata dalla critica.

Abbiamo visto che, in essi, l’autore tocca tutti i temi più importanti riguardanti l’essere umano in relazione con se stesso e con gli altri: incomunicabilità, solitudine, incomprensione, egoismo, delusione, colpa e follia vengono messi in scena con una naturalezza priva di fronzoli narrativi che conduce all’essenza di un’umanità fragile e incostante, facile preda del male e dei suoi inganni, in perenne contrasto con un destino, per lo più avverso, che pone sfide ardue, la cui accettazione porta quasi sempre verso un punto di rottura che non ha ritorno.

Vita di Georges Simenon

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1957: Simenon a Milano.

Fumando l'immancabile pipa, passeggia lungo la Darsena dei Navigli.

È nato a Liegi il 13 febbraio 1903, in una famiglia dai profondi contrasti affettivi; il pessimo rapporto instaurato con la madre, autoritaria e nevrotica, durerà per tutta la vita.

Amante della scrittura e dedito alla lettura fin da bambino, all’età di 15 anni inizia a scrivere per La Gazzetta di Liegi, occupandosi soprattutto di cronaca nera e nel 1922, dopo la morte del padre, si trasferisce a Parigi dove riscuote successo come cronista per i quotidiani. Nel 1927 pubblica il suo primo libro, Il romanzo di una dattilografa, e si dedica con un’energia e un ritmo insuperabili a pubblicare una serie di romanzi popolari, prevalentemente sotto lo pseudonimo di Georges Sim. Complessivamente, ha prodotto circa duecento romanzi popolari, centinaia di racconti e migliaia di articoli. Una fibra davvero instancabile: in quegli anni scriveva al ritmo di ottanta pagine al giorno, destinate a sei editori differenti.

Nel 1929 crea il suo personaggio più famoso, il Commissario Maigret, che in Italia sarà conosciuto e amato da tutti soprattutto per la trasposizione televisiva interpretata da Gino Cervi. Con Maigret, Simenon rinnova la letteratura poliziesca dell’epoca, inventando un commissario che ha tutte le caratteristiche più comuni dell’uomo piccolo-borghese.

Successivamente pubblica i “Romans Romans”, come lui ama definirli, che, dopo la scrittura di numerosissimi romanzi popolari e semi-popolari, dal facile successo e guadagno, danno prova delle sue eccezionali abilità di scrittore. Ecco i titoli di alcuni capolavori scritti nel periodo prima della guerra: Le finestre di fronte (1933), L’uomo di Londra (1934), Il testamento Donadieu (1937), Turista da banane (1938), L’uomo che guardava passare i treni (1938), Il borgomastro di Furnes (1939), Gli intrusi (1940), a cui seguono Il viaggiatore del giorno dei morti (1941) e La vedova Coudec (1942).

Nel 1944, accusato di simpatie filonaziste, viene mandato in esilio alle Sables-d’Olonne, ma presto parte per gli Stati Uniti, dove, continuando a scrivere incessantemente, si trattiene fino al ’54. Sono di questo periodo i bellissimi romanzi Tre camere a Manhattan (1946) e Lettera al mio giudice (1947).

Al rientro in Europa, Simenon, pur essendo stato accolto tra onori e lodi, decide di stabilirsi in Svizzera, a Losanna, cercando probabilmente una forma di rivalsa nei confronti della Francia che lo aveva condannato per il suo passato. Simenon è considerato da anni uno scrittore di grande successo, conosciuto in tutto il mondo, dai guadagni strepitosi: conduce una vita da nuovo ricco, case lussuose, barche, viaggi esotici, donne a volontà. Spavaldo, con un’insaziabile aspirazione all’eccesso, successivamente si vanterà con Federico Fellini, di cui era grande amico ed estimatore, di avere avuto diecimila donne, tutto ciò, ovviamente, anche durante la sua vita coniugale. Famosa la relazione con la ballerina americana Josephine Baker. Per la cronaca ha avuto due mogli ufficiali e una compagna nella fase finale della vita. Tanto è stato metodico ed esemplare nell’esercizio della sua professione di scrittore, tanto nella sua vita privata è stato inquieto, tormentato, arrivando a essere vittima dell’alcool, di pesanti forme depressive e di una ricerca ossessiva del sesso. Simenon ha avuto tre figli. Nel 1978, è colpito a tal punto dal suicidio della figlia Marie-Jo da essere vittima di un blocco produttivo. Nel 1981 esce Memorie intime.

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La piccola Marie-Jo

Dopo la vendita della tenuta con quarantotto stanze, trascorre gli ultimi anni sempre più chiuso in se stesso, in una casa più modesta, sostenuto fino alla fine, avvenuta nel settembre del 1989, dalla presenza di Teresa, sua ultima compagna.

Notizie bibliografiche

Come si è già detto, i romanzi di Simenon sono numerosissimi e possono essere suddivisi in tre filoni: romanzi popolari pubblicati sotto pseudonimo (oltre duecento), i Maigret (78 romanzi e 26 racconti) e i “Romans Romans” (117).

Ai romanzi vanno aggiunti più duemila articoli e reportage e una serie di “Dettati” ai quali si è dedicato negli anni Settanta, dopo la decisione di non scrivere più.

Curiosità: gli pseudonimi di Simenon accertati sono 37. La sua straordinaria produzione è stata tradotta in cinquantacinque lingue e si calcola una vendita mondiale di almeno settecento milioni di libri. Dai suoi scritti sono stati realizzati cinquanta film, oltre a sceneggiati televisivi e radiofonici.

Pertanto, per una bibliografia completa si rimanda al sito italiano www.simenon-simenon.com, che gli dedica almeno un articolo al giorno, a quelli francese e tedesco e al Centro Studi Simenon di Liegi.

Qui sotto si elencano, tra i “Romans Romans”, i titoli, a mio avviso, più riusciti. Alcuni sono veri capolavori, imprescindibili per una conoscenza dell’autore all’apice della sua straordinaria creatività. La data tra parentesi indica l’anno della prima edizione.

1. Le finestre di fronte (1933), gli Adelphi, 2009.

2. L’uomo di Londra (1934), gli Adelphi, 1999.

3. L’assassino (1935), Biblioteca Adelphi, 2011.

4. Il testamento Donadieu (1937), gli Adelphi, 1988.

5. L’uomo che guardava passare i treni (1938), gli Adelphi, 1991.

6. Gli intrusi (1940), Biblioteca Adelphi, 2000.

7. Il viaggiatore del giorno dei morti (1941), Biblioteca Adelphi, 1999.

8. Corte d’assise (1941), Biblioteca Adelphi, 2010.

9. La vedova Coudec (1942), Biblioteca Adelphi, 1993.

10. La fuga del signor Monde (1944), Biblioteca Adelphi, 2011.

11. Tre camere a Manhattan (1946), Biblioteca Adelphi, 1998.

12. La neve era sporca (1948), Biblioteca Adelphi, 2004.

13. Luci nella notte (1951), Biblioteca Adelphi, 2005.

14. L’orologiaio di Everton (1954), Biblioteca Adelphi, 2005.

15. Il presidente (1957), Biblioteca Adelphi, 2007.

16. Betty (1961), gli Adelphi, 1992.

17. Il treno (1961), Biblioteca Adelphi, 2007.

18. La camera azzurra (1964), gli Adelphi, 2009.

19. Le campane di Bicetre (1963), Biblioteca Adelphi, 2009.

20. Il gatto (1967), gli Adelphi 2011.

10 commenti - Commentate qui!:

  1. Piacevole e documentata review di un lato meno noto di un autore importante e controverso

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    1. Grazie del commento, la lettura dei Simenon non Maigret mi ha conquistato. La consiglio.
      Annalisa

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  2. Lavoro veramente puntuale e di grande interesse. Leggerò Simenon.

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  3. Mi fa piacere che il saggio sia risultato interessante. Grazie.
    Annalisa

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  4. Ho scoperto un Simenon diverso. Mi piace.Grazie

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  5. Grazie a lei!
    Annalisa

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  6. Un'analisi veramente convincente, essenziale e nello stesso tempo completa, che ha colto l'atmosfere e lo spirito dell'autore.
    Fa venir voglia di leggerlo e di rileggerlo.
    Anna Catacchio

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  7. Ti ringrazio tanto del commento generoso!
    Annalisa

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  8. Cara Annalisa come al solito sei strepitosa......trovo interessante e coinvolgente lo scrittore Simenon e di conseguenza i suoi personaggi complessi e pieni di sfaccettature ed ombre.....assolutamente moderno e da leggere per conoscerlo soprattutto al di fuori del suo Maigret
    Ciao Maria Grazia

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  9. Grazie, Maria Grazia, del bellissimo commento!
    Annalisa

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