Cieli di Parole

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16 gennaio 2012

Irina–Giulia De Nichilo

Questa è la triste storia di Irina, un'anziana signora sola in attesa di qualcuno che non arriva. E nel silenzio irreale di questa attesa ripercorre momenti di un passato lontano e di un passato prossimo, forse illudendosi di un futuro migliore.

(a cura di Selene G. Rossi)

Irina

Di Giulia De Nichilo

Fu solo verso mezzogiorno che Irina capì quello che stava succedendo. Quando si era svegliata quella mattina era pervasa dall'inquietudine, ma all'inizio aveva dato per scontato che fosse dovuta all'assenza di Merlino. Si era alzata e l'aveva trovato davanti alla ciotola vuota dei croccantini, con un’espressione d’indicibile tristezza sul vecchio muso da gatto. Così, rincuorata, aveva cominciato la giornata con il solito schema: colazione assieme al certosino, attesa della colf mentre puliva le verdure, giretto dal panettiere in compagnia di Gino, pranzo, riposino, bridge al circolo, cena, cruciverba e letto. Inutile dire che niente era andato per il verso giusto fino a quel momento e, da ciò che poteva supporre, nemmeno il resto sarebbe andato come doveva. E, per dirla tutta, forse niente sarebbe più stato come prima.

Tanto per cominciare aveva passato un'ora a cercare di ricordare dove avesse messo la zuccheriera. Era sicura di averla usata la sera prima, ma poi? Poi l'aveva trovata, incastrata in fondo alla dispensa tra la farina e la pasta, anziché vicino al caffè dove la metteva di solito. La sua memoria perdeva colpi: constatava di non ricordarsi tutto quello che aveva fatto il giorno prima; dove metteva le cose; e anche il lavoro a maglia, in cui si era sempre cimentata, cominciava ad avere qualche passaggio oscuro in cui doveva disfare e ricominciare. Per non parlare del fatto che diventava difficile tenere a mente i punti del lavoro: le cifre si confondevano con quelle del lotto che giocava sistematicamente ogni mercoledì mattina.

Il silenzio che l'accompagnava mentre aspettava la colf le sembrò lì per lì un po' strano; per sopprimere il senso d’inquietudine che andava accumulandosi nell'animo come una montagna di detriti sulla riva del fiume, aveva acceso la radio, per poi spegnerla quando, pur girando tutte le stazioni, non ne aveva trovata una che funzionasse. Il crepitio delle stazioni radio aveva per un momento interrotto la stranissima cappa d’inquietante silenzio in cui si trovava. Certo, non abitava in un quartiere rumoroso, però i suoni della vita cittadina, che aveva sempre detestato e trovato rassicuranti al tempo stesso, erano scomparsi. Il cantiere dall'altro lato della strada, con i suoi camion che portavano via terra scavando una fossa per il nuovo parcheggio interrato di un ipotetico condominio futuro, strombazzavano solitamente dalle otto del mattino alle sei di sera, con pausa da mezzogiorno alle due; il vicino oratorio alle quattro del pomeriggio si riempiva del cicaleccio dei bambini liberi di scorazzare entro un recinto di cemento, che amplificava l'eco dei loro schiamazzi; durante la mattina, quello stesso luogo si popolava di quattro sparuti mercanti con le proprie bancarelle, che vendendo gingilli di altre epoche, urlavano prezzi irrisori per carabattole metalliche. Per non parlare della vicina tangenziale che all'ora di punta, due traverse più avanti, si popolava di carrette da rottamare e auto all'avanguardia, piccoli camioncini e tir di dimensioni mostruose. Mica come ai suoi tempi insomma, quando ancora regnava il modesto silenzio della campagna fuori dalla città, dove i rumori familiari erano il frusciare del vento tra gli alberi o il suo ululare durante le tempeste di neve che una volta si riversavano sulla terra, non sapendo che ben presto sarebbero state sradicate dal riscaldamento globale; il rassicurante ronzio del trattore che borbottando e grugnendo come i maiali nel recinto dietro la cascina, percorreva i campi con lentezza esasperante; il canto degli agricoltori che con la falce mietevano il biondo grano e i fischi di apprezzamento che lanciavano alle contadine quando queste passavano con l'acqua o un cesto di frutta fresca di stagione.

Persa in quei ricordi di tempi andati, si accorse che l'attesa si era fatta più lunga del solito: i fagiolini puliti erano nel lavandino da mezz'ora, ma di Carola nessuna traccia. Che fosse successo qualcosa? Aveva preso in mano il telefono e dopo aver composto il numero sbagliato per tre volte riuscì a digitare quello giusto. Squillò a vuoto per un minuto buono. Forse era bloccata dal traffico. Attese ancora un po', sola e in silenzio, fissando alternativamente l'orologio, il citofono, la porta, Merlino che si faceva le unghie, e poi ancora l'orologio, il citofono e la porta. Niente. Niente si muoveva, e nessun rumore scalfiva l'ormai strano silenzio che la attorniava. Dopo un'altra mezz'oretta aveva deciso che aspettare non aveva senso, così col cappellino sulle ventitré e lo scialle buttato sulle spalle, appoggiata al suo bastone, era uscita e aveva bussato alla porta di Gino, un suo coetaneo che abitava nell'appartamento a fianco. Come il telefono, il campanello suonò a vuoto. Forse era già uscito, si era detta, eppure in vent'anni di conoscenza non aveva mai mancato un appuntamento, se non per motivi di salute. Non voleva uscire da sola. E se le fosse successo qualcosa? Alla sua età, bisognava stare attenti, non si era più agili come una volta, la coordinazione non c'era più, i movimenti erano più lenti, la vista più corta. Era tornata in casa e si era messa ad aspettare. Un'ora, una mezz'ora, alla fine la pazienza l'aveva abbandonata. Dov'era Carola? E Gino? Perché non avevano avvertito? Aveva provato col telefono, ancora. Non rispondevano. Prese allora a girare per la casa accompagnata dal ticchettio del bastone, borbottando tra sé e sé i possibili motivi di quella sparizione improvvisa. A mezzogiorno quindi, con un gesto impaziente, riprese il suo cappellino, lo scialle e decise di uscire. E se fosse successo qualcosa, che rimanesse sulla coscienza delle persone che non rispondevano al telefono. Tanto ormai, lei la sua vita l'aveva vissuta, giorno più giorno meno.

Il vento che a tratti si levava dal Nord era freddo e annunciava l'arrivo imminente dell'inverno. L'autunno era arrivato e passato in fretta come ormai succedeva sempre più spesso, segnando l'inizio di un'era in cui le mezze stagioni non sarebbero esistite. Irina camminava lentamente mentre le foglie brune si alzavano in lente spirali verso un cielo azzurro terso, dove un pallido sole tentava invano di scaldare la terra. Ma a parte il fruscio delle foglie e lo stormire del vento tra le fronde, ormai spoglie, del lungo viale alberato, null'altro si udiva. Il solito trambusto della vita quotidiana si era veramente spento nel nulla, la notte aveva risucchiato ogni uomo e la città era deserta. A Irina sembrò innaturale, come quando le avevano fatto fare il giro di Cinecittà, su un set privo di attori. Non c'era in giro nessuno. Dov'erano tutti? Accompagnata dal sordo ticchettio del bastone di mogano, amplificato in mezzo a quel deserto di case, Irina procedeva, guardandosi in giro attonita, levando lo sguardo al cielo, tendendo le orecchie per eventuali rumori e poi guardando ancora verso le botteghe chiuse, come se nessuno quella mattina si fosse scomodato per andare al lavoro. Suonò a casaccio il campanello di alcune case, per poi scappare con tutta la velocità concessale dai suoi ottant'anni, per paura che qualcuno rispondesse. Potevano prenderla per svitata, e lei non aveva nessuna intenzione di finire la sua vita in una casa di cura. L'aria era leggera, non appesantita dallo smog e sedendosi sulla solita panchina nel giardinetto vicino alla chiesa, constatò che tutti se ne erano andati, non importava poi molto dove; l'unica cosa di cui prese atto era che, oltre a lei, tutta l'umanità era scomparsa. Era sola. Sola, come poteva esserlo l'ultimo biscotto di una scatola; sola come poteva essere la luna nella sua eterna traiettoria intorno al mondo. Questo pensiero la assillò per un po' mentre fissava un ciclamino, solitario anch'esso, al centro dell'aiuola che aveva di fronte. La cosa più strana però era il silenzio che imperava su quella che fino al giorno prima era una città molto rumorosa. Non era un'assenza di rumore qualsiasi, e Irina provava sensazioni discordanti mentre con le orecchie tese, ascoltava quella quiete. Era il silenzio assordante del lontano 1943, quando la sirena del coprifuoco segnava l'arrivo degli aerei e nell'attimo tra quel suono ululante e l'esplosione della prima bomba, serpeggiava nell'animo la voglia di urlare la propria angoscia e la propria paura. Era il silenzio incredulo dei sopravvissuti che dopo due anni uscivano all'aria aperta attraversando, cauti e affamati, i cancelli di Mauthausen. Ma era anche il gioioso silenzio che regnava durante le gite e nei momenti di festa, quello che precede uno scoppio di risa, quello condiviso in un sorriso complice. In quel vortice di emozioni, Irina si accorse che erano spariti tutti, di essere sola, ma c'era poco di cui restare sorpresi quando nella vita avevi vissuto di tutto, dalla Seconda guerra mondiale alla nascita dell'Unione Europea, la fecondazione in vitro, l'uomo che discende dalle scimmie e quello andato sulla luna. Era nata nel 1930, portava impresse sulla pelle le esperienze che la vita le aveva messo davanti. Che fare dunque? Dove andare? Si mise nelle mani del Signore e appoggiandosi allo schienale della panchina, sotto il pallido sole e accompagnata dal fruscio del vento, Irina chiuse gli occhi e sorrise. Non aveva importanza dov’erano finiti tutti. Forse sarebbero tornati, forse no. Decise: avrebbe aspettato. Cosa o chi, non lo sapeva. Per ora non restava che continuare con la sua vita, anche se avrebbe dovuto occuparsi lei delle faccende di casa; anche se sarebbe dovuta uscire da sola; anche se non avrebbe più avuto qualcuno con cui giocare a bridge. Decise così, seduta sulla panchina, di continuare a vivere nella solitudine della sua vecchiaia.

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