Cieli di Parole

Rivista di scrittura, cinema, TV e tutto quanto fa cultura

30 dicembre 2011

Laboratorio di scrittura-dicembre

a cura di Paola Carbellano e Annalisa Petrella

Cari lettori,

all'inizio del mese di dicembre abbiamo parlato di come creare il personaggio protagonista della nostra storia.

Tra i lavori giunti in redazione abbiamo scelto quello di Daniela Gervasoni intitolato “Croisette”.

Congratulazioni all’autrice!

Il racconto è pubblicato qui sotto.

Grazie a tutti per averci scritto, continuate a farlo, inviateci anche suggerimenti e proposte, sono molto graditi.

Il prossimo appuntamento con il laboratorio sarà per il 3 gennaio p.v. Parleremo degli incipit delle nostre storie.

Vi aspettiamo!

Paola e Annalisa

Croisette

di Daniela Gervasoni

Il braccio destro era proteso verso l’alto, con il palmo della mano rivolto in avanti in un gesto perentorio e deciso. Bloccata da parecchio tempo in quella scomoda posizione, sentiva che il braccio cominciava a formicolare, irrigidito dall’immobilità forzata.

Croisette era muta, ma sapeva farsi intendere. La ragazza era visibilmente scocciata, uscita di getto dalla penna dell’autrice, non aveva ancora assunto una forma propria. Da più di un mese era stata lasciata lì ad aspettare, in attesa dell’ispirazione giusta, che però non arrivava.

La pagina numero uno di traverso sul tavolo sembrava il fermo immagine di un film in bianco e nero che non presagiva nulla di buono. Innanzi tutto “Croisette” non le piaceva, faceva pensare più a un luogo del sud della Francia che a un nome femminile. Avrebbe preferito qualcosa di più grazioso, come Chanel, Gisele o Grace, e poi non riusciva a capire perché quella donna despota l’avesse concepita muta. Sì, era proprio seccata!

- Ascoltami bene - le disse l’autrice cogliendo l’irritazione del suo nuovo personaggio, appena abbozzato, e già così polemico - Io non sono Joanne Rowling, ma tu non sei Harry Potter. Si potrebbe disquisire su cosa sarebbe stata Agatha Christie senza Poirot, ma Poirot senza Agatha Christie non sarebbe mai esistito. Quindi stai attenta, perché ci vuole un attimo ad appallottolare il foglio e farlo volare nel cestino qui a fianco, e tu spariresti prima ancora di aver preso forma. Chiaro?

Croisette tacque, del resto non poteva fare altro, vista la situazione, nella scrittura narrativa non c’era democrazia, né sindacato. Eri in balia dell’autore che poteva fare di te quello che voleva, poteva descriverti bello, forte e intelligente o al contrario antipatico, brutto e stupido. Il cestino della carta era sempre lì. Incombente.

Questo turbinio di pensieri contrastanti, offrì il vantaggio di dar aria al cervello e, come se si fosse spalancata una finestra, l’ispirazione arrivò.
Croisette fermò la carrozza alzando la mano con gesto perentorio. Il cocchiere riconobbe nella giovane, la marchesina muta de la Tour Fondue, tirò con forza le redini, fermò i cavalli e la fece salire. Arrivati a palazzo, si affrettò ad aprire lo sportello ma Croisette lo precedette, saltando a terra con agilità, avviandosi di corsa verso le scuderie, per raggiungere più velocemente le sue stanze.

Quella sera la signora zia, diventata marchesa de la Tour Fondue alla morte della madre, aveva organizzato un ballo, ufficialmente per presentare in società la nipote, ma in realtà, per trovare un pretendente qualsiasi appena passabile per farla maritare, liberandosi definitivamente di lei.

La signora zia era una donna dall’aspetto orribile, con una voce gracidante e sgradevole. Aveva sopportato il peso di quella bambina muta e ostile soltanto per il suo cospicuo patrimonio e non sapeva nulla di preciso sulle origini di quella fastidiosa anomalia, sta di fatto che Croisette non parlava e non parlò più. La marchesina aveva imparato che rinunciando alle parole, si poteva diventare spettatrici attente dei fatti della vita e capire ancor di più i personaggi che la popolavano. Per uno strano riflesso condizionato, tutti credevano che essendo muta, Croisette fosse anche sorda, così si esprimevano in sua presenza senza preoccuparsi di lei. E tutti noi sappiamo, quanto sia libero e maligno il giudizio quando lo crediamo protetto. Più ascoltava e osservava la gente, e più il suo mutismo si radicava in lei, come un giardino felice che la proteggeva dalle banalità del nulla.

Gli invitati giunsero al palazzo. Croisette, a disagio, era seduta sul sofà di seta rosa, di fianco alla zia marchesa. Si guardava le piccole scarpe che le dolevano, si sentiva soffocare dal bustino troppo stretto che voleva evidenziare un seno ancora acerbo. Provava una gran rabbia che cercava di controllare e che rendeva il suo mutismo ancora più evidente.

La signora marchesa era attorniata da giovani pretendenti, selezionati indipendentemente dal pedigree e tanto meno dalle qualità, l’elemento determinante per la scelta era la lontananza dei loro possedimenti, qualora ne avessero, dalla sua tenuta. Dopo i consueti banali convenevoli la conversazione languiva, così muovendosi come una salamandra pezzata, alla quale somigliava anche fisicamente, la marchesa sospirando benignamente, proferì:

- Aah, la nostra cara Croisette, le manca solo la parola. Se potesse parlare chissà cosa ci direbbe….

- Merde, madama la marchesa, je vous dirais, merde! - disse con voce limpida e squillante la giovane. Si alzò, porse la mano al giovane paggio di sala, girò le spalle ai presenti attoniti e con un sorriso luminoso lasciò la sala, lanciando uno sguardo di gratitudine, alla penna della sua autrice.

2 commenti - Commentate qui!:

  1. Ma che personaggio, che creatività.
    A me non era giunta una sufficiente ispirazione per partecipare a questo Laboratorio ma credo che sia giusto esprimersi, soprattutto se si apprezza un lavoro.
    Anch'io scrivo e, a volte, come realisticamente scrive Daniela, i dialoghi con i nostri personaggi sono dolci, aspri, diretti o più pensati...
    Reputo la conclusione della narrazione un tocco d'artista.
    Complimenti!

    Fabiola

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