Cieli di Parole

Rivista di scrittura, cinema, TV e tutto quanto fa cultura

12 febbraio 2014

FEBBRAIO 2014 - INDICE

 

hot supplement shot

Titolo Autore
Editoriale Fabio Fox Gariani
Scacchi e letteratura Fabio Fox Gariani
Speciale: Mattatoio N. 5 o La crociata dei bambini Selene G. Rossi
Speciale: Pablo Picasso Giovanna Rotondo
Speciale: Giuseppe Lupo: "Viaggiatori nelle nuvole" Tiziana Viganò
Speciale: "Un uomo più triste e più saggio": Samuel Taylor Coleridge Alessia Ghisi Migliari
La spada nella roccia: da Artù a Thor Alice Colombo
Speciale: Charlie Parker Marina Fichera
Omaggio Ipazia Giovanna Rotondo
In memoria del "grande" Arnoldo Foà Giovanni De Pedro
Recensione:" L'uomo della Sabbia" di Lars Kepler Francesca Altobelli
Recensione: " L'ombra del Sicomoro" di John Grisham Annalisa Petrella
Recensione "Onda Lunga” di Elena Gianini Belotti Lea Miniutti
Recensione film "The Counselor" Vincenzo Zaccone
Recensione: "Io prima di te" di Jojo Moyes Milena Boldi
Cibo e Parole Mimma Zuffi
Intervista ai robot Giovanni De Pedro
Novità in Libreria Mimma Zuffi
Dialogo con Silver Surfer Emanuele Rossini
Le Perle Mimma Zuffi
Narrativa: La riconoscenza Milena Boldi
Narrativa: La vérité est plus dangereuse que la légende Giuseppe Amoroso
Narrativa:Qualcuno ha perso un bottone Giovanna Rotondo
Narrativa: Il sogno Milena Boldi
Parole dalla natura Mimma Zuffi
Breaking News Mimma Zuffi

Pablo Picasso Di Govanna Rotondo

clip_image002

Autoritratto 1896,

Museo Picasso Barcellona

Per comprendere Picasso, bisogna visitare il Museo Picasso a Barcellona. Certo, non è un obbligo. Ma è da lì che è partito! Lo dice lui stesso: “Qui è dove tutto ha avuto inizio… qui è dove ho capito fino a dove potevo arrivare”.

Il Museo trasmette una visione completa della sua vita artistica anche se, qua e là, mancano alcuni collegamenti. Picasso amava Barcellona e ha investito molto nel museo che porta il suo nome, che lui stesso ha voluto e a cui ha donato moltissime opere, tra cui tutta la serie dei dipinti di “Las Meninas”.

Lo scrittore e amico fraterno di Picasso, Jaime Sabartes, diventato poi segretario del pittore, dedicherà parte della sua vita alla realizzazione del Museo di Barcellona.

Un artista a tutto campo Picasso, che si è cimentato, durante la sua lunga vita, anche con un’intensa attività di grafico, attraverso incisioni e litografie.

Uomo intelligente, con una personalità complessa e impositiva, Picasso è stato una figura controversa: ne sanno ben qualcosa le donne della sua vita che, in più di un caso, lui ha spinto alla disperazione. Nessuna ha mai avuto il coraggio di lasciarlo, tranne Françoise Gilot, madre di due dei suoi quattro figli, Paulo e Paloma, e più giovane di lui di quarant’anni!

Padre del cubismo con Braque, è considerato uno degli artisti più significativi, se non il più significativo, soprattutto nell’arte moderna, del XX secolo. Ha una produzione sterminata: da Guinness dei primati!

Pablo Ruiz y Picasso nasce a Malaga, in Andalusia, il 25 ottobre 1881: secondo la tradizione spagnola ha molti nomi e può scegliere tra il cognome del padre e quello della madre, si firmerà, agli inizi della carriera, con Pablo Ruiz Picasso, in seguito userà Pablo Picasso, o solo Picasso, il cognome di sua madre. Ha due sorelle minori: Lola e Conchita. La morte di Conchita, all’età di sette anni, segnerà profondamente la famiglia. Il padre, pittore e insegnante di disegno alla Scuola di Belle Arti, avrà una grande influenza sulla formazione artistica e culturale del figlio, che introdurrà, fin dalla prima infanzia, alla tecnica del disegno e della pittura.

La famiglia si trasferisce a Barcellona quando Pablo Picasso ha quattordici anni. Barcellona è una tappa importante per lui, dove viene ammesso all’Accademia di Belle Arti all’età di quindici anni.

Nel 1904, pur mantenendo sempre contatti con Barcellona, va a vivere a Parigi, che in quel periodo è la “La Ville Lumière” del mondo.

Picasso vive, lavora e studia a Parigi fino al 1947, insieme ai più grandi pittori contemporanei del secolo. In quell’anno si trasferisce nel Sud della Francia, dove rimarrà fino al 1973, anno in cui morirà, a novant’un anni.

Le opere giovanili

Picasso ha solo quindici anni quando dipinge le prime opere importanti: “La prima comunione” della sorella Lola e “Scienza e Carità”, sono rari esempi di quadri a tema religioso e sociale. In questi dipinti si avverte la cultura accademica dell’epoca e gli insegnamenti del padre, ma Picasso troverà presto quello stile che, pur nelle variazioni tematiche e cromatiche della sua inesauribile ricerca pittorica, rimarrà personale e inconfondibile, sempre. Before you continue reading this page please take a few minutes and get informed on the new weight loss supplement that is helping people get great results. Go to http://www.purecambogiaultrainfo.com/customer-results/ and check out the results that other people have achieved.

Le opere elencate, se non altrimenti specificato, sono a olio su tela.

clip_image004

Casa di campagna, 1893 Museo Picasso di Barcellona

clip_image006

Prima Comunione, 1895-96 Museo Picasso Barcellona

clip_image008

Scienza e carità, 1897, Museo Picasso Barcellona

clip_image010

Natura morta “The dessert” 1901, Museo Picasso Barcellona

Nel 1900 Picasso compie il suo primo viaggio a Parigi, dove rimane un paio di mesi. Dipingerà, come Renoir e Toulouse-Lautrec, il famoso “Moulin de la Gallette”, un vecchio mulino adibito a locale notturno nel 1870, suo primo dipinto parigino.

clip_image012

Il Moulino de la Galette, 1900 Guggenheim Museum, New York

Il periodo blu 1901/1904

Il suicidio per amore, a vent’anni, del suo grande amico Carlos Casagemas, porta Picasso a una forma di depressione e, come lui stesso affermerà: “quando mi resi conto che Casagemas era morto, incominciai a dipingere in blu”.

Inoltre, un viaggio attraverso la Spagna, la visione di molti derelitti, lo mette a contatto con la parte triste e depressa della vita e trasmette nel suo lavoro, con grande partecipazione, la sofferenza che vede intorno a sé. Usa forme allungate e toni scuri di blu e turchese, in composizioni monocromatiche.

L’inizio di questo periodo risale tra la primavera e l’autunno del 1901. Quando dipinge “Poveri in riva al mare”, Picasso ha solo ventidue anni: le sue capacità interpretative sono sorprendenti!

clip_image014 clip_image016

Poveri in riva al mare, 1903, Museo Picasso Barcellona

La stiratrice, 1904 Guggenheim Museum New York

Vita a Parigi, Montmartre

Tornato a Parigi nel 1904, Picasso vi si stabilisce definitivamente. Abita a Montmartre, in un casa fatiscente, poco più di una baracca, con la sua compagna, Fernande Olivier, che sarà la sua ispiratrice e modella in molti dipinti del periodo rosa.

Entra a far parte, a pieno titolo, della vita artistica parigina. Conosce Gertrude Stein scrittrice e critica d’arte che sarà la sua prima biografa.

La casa studio di Picasso è molto frequentata: Max Jacobs, Apollinaire, Georges Braque, Amedeo Modigliani, Juan Gris e altri artisti dell’epoca.

Alcuni non disdegnavano notti allegre e festaiole che a volte finivano in risse, se bevevano troppo. Il gruppo, capeggiato da Picasso, viene denominato “La bande à Picasso”, da Gertrude Stein.

Il periodo rosa 1905/1906

I colori si schiariscono, diventano più tenui e rosati. L’attenzione di Picasso si sposta, non senza una certa malinconia, dalle scene di vita amara degli ultimi anni, a quelle della vita di guitti e saltimbanchi del circo, che sembra prediligere ad altri soggetti.

clip_image018 clip_image020

Famiglia di acrobati con scimmia, 1905 tecniche miste su cartoncino

Konstmuseum (Goeteborg)

I due fratelli, 1906 guazzo su carta cartone Museo Nazionale Picasso Parigi

clip_image022

Famiglia di saltimbanchi, 1905 National Gallery Washington D.C.

Il Cubismo

Il Cubismo è una delle rivoluzioni più importanti della pittura moderna, in cui, attraverso la scomposizione dell’oggetto, si ottiene una diversa visione prospettica, che va oltre la pittura naturalistica del Novecento.

Un modo razionale di vedere gli oggetti e rappresentarli. A prima vista i dipinti sembrano fatti di tanti frammenti scollegati tra loro, in realtà i vari elementi sono rappresentati in modo da mostrare contemporaneamente diversi lati, osservati da più punti di vista.

Il termine “Cubismo” è casuale, come lo era stato anni prima per “Impressionismo”: l’impressione, prima, e i piccoli cubi, poi, parole coniate tutt’e due le volte da critici d’arte, in senso negativo, e in seguito usate per definire il movimento.

Pablo Picasso e Georges Braque sono considerati i primi pittori cubisti. Si conoscono nel 1907, a una mostra retrospettiva dedicata a Cezanne, che per primo, nelle sue solitarie sperimentazioni, aveva realizzato la scomposizione delle forme. Picasso sta lavorando alle “Damigelle d’Avignon”, la sua opera più significativa di quel periodo, e si ispira all’Arte Africana, soprattutto alla scultura e alle maschere tribali. Oggetti e figure vengono semplificate e ridotte a forme geometriche. Molto cerebrale!

clip_image024

Le damigelle d’Avignon, 1907 Museo di Arte Moderna, New York

Cubismo analitico: si sviluppa tra il 1909 e il 1912: sia Braque che Picasso studiano, attraverso la scomposizione e ricomposizione delle forme e dello spazio, una diversa visione prospettica, caratterizzata da una forte frammentazione degli oggetti: non è più un’espressione della realtà percepita fisicamente, è una realtà ragionata. Le composizioni sono monocromatiche sui toni del Terra-ocra. Difficile distinguere chi è Picasso e chi è Braque. Con Juan Gris e Fernand Legér sono gli artefici principali del Movimento Cubista.

clip_image026 clip_image028

Il poeta, 1911, Museo Guggenheim, Venezia

Natura morta con sedia impagliata, 1912 Collage di olio, tela cerata,carta e corda su tela

Museo Nazionale Picasso Parigi

Cubismo sintetico: la fase successiva del cubismo, che va dal 1912 al 1914, detta “Cubismo sintetico”, trova la sua sintesi integrando il dipinto con oggetti reali: vengono inserite, direttamente sulla tela, carte, listelli di legno e materiali di varia natura. Nascono i papiers collés (carte incollate), con pezzi di carta da parati, carte da gioco, giornali. Un avvicinamento alla realtà quotidiana, sempre molto razionale.

Lo scoppio della prima guerra mondiale porrà un termine alla ricerca di Picasso e Braque, ma il cubismo è diventato uno stile conosciuto e studiato da altri pittori in Europa e in Nord America.

La Parigi degli anni Venti

O degli “Anni Folli”, come viene altrimenti detta. Luogo di grandi incontri e laboratorio di nuove tendenze artistiche, Parigi, all’indomani della Grande Guerra, vede personaggi come Picasso, Braque, Monet, Matisse, Modigliani, Chagall, De Chirico, Mirò, Magritte e molti altri, vivere e lavorare in un clima di fermento intellettuale e cosmopolita. E non solo pittori, La Ville Lumière attira artisti da ogni parte del mondo: musicisti, scrittori, coreografi, cineasti in cerca di fortuna e celebrità.

clip_image030

Due donne che corrono sulla spiaggia, 1922 Bozzetto, pittura a guazzo su compensato

Museo Nazionale Picasso di Parigi

Picasso si dedica allo studio del nudo e alla realizzazione di opere neoclassiche, di notevoli dimensioni, secondo la moda dell’epoca, senza trascurare la scultura e qualsiasi forma d’arte a lui congeniale.

Il bozzetto delle “Due donne che corrono sulla spiaggia”, è lo schizzo per il fondale di scena di un balletto: 10 metri per quasi dodici. Dipinto da Picasso nel 1924, oggi fa parte della collezione del Victoria & Albert Museum di Londra.

Nel 1937, in seguito al bombardamento di Guernica, durante la Guerra Civile Spagnola, Picasso dipinge il famoso quadro che raffigura la città, da cui il grande dipinto prende il nome, in perfetta fusione tra cubismo analitico e cubismo sintetico. L’opera misura 3 metri e mezzo per quasi otto ed è un grido di dolore contro la barbarie della guerra.

clip_image032GuGuernica, 1937 Museo Nazionale Regina Sofia Madrid

clip_image034

La colomba della pace, uno schizzo di Picasso del 1949

La Maternità

Le raffigurazioni di maternità sono presenti e ricorrenti tra le opere di Picasso: ogni periodo ha le sue composizioni: sofferenti e tenere nel periodi blu e rosa, scomposte nelle forme, in quello cubista, di sembianze voluminose in quello neoclassico: Un bel dipinto cubista del 1953, mostra Françoise Gilot con i figli Paloma e Pablo.

clip_image036 clip_image038

Madre e bimbo, 1921 Art Museum Chicago Maternità su fondo bianco, 1953 Eredi

Evolvendosi, il cubismo accompagnerà Picasso lungo il suo di cammino di artista. La sua capacità espressiva lo porterà, secondo l’ispirazione del momento, dalle forme opulente del neoclassico a quelle stilizzate del cubismo. Le sue composizioni diventeranno, via, via, più brillanti nel colore, meno angolose e persino tondeggianti.

Picasso e las Meninas di Velazquez

Picasso ama ricreare dipinti famosi, lo farà con Manet, in “Le Déjuner sur l’herbe”, nel 1960, e non solo. Molto interessanti sono le rivisitazioni del capolavoro di Velazquez “Las Meninas” (Le damigelle d’onore). Il quadro è un ritratto collettivo della famiglia del Re di Spagna: raffigura L’Infanta Marguerita, figlia dei Sovrani, lo stesso Velazquez, Las Meninas, i due nani, il cane e figure minori della famiglia.

Cinquantotto tele cubiste create a Cannes nell’estate/autunno del 1957. Un vero esercizio pittorico! Le tele sono brillanti sia nel colore che nell’esecuzione. Un mondo nuovo, irriconoscibile all’inizio, ma pian piano, guardando, vi si ritrovano i personaggi di Velazquez, reinterpretati da Picasso, e non sembrano né strani, né irriconoscibili.

clip_image040

D. Velazquez, Las Meninas, 1656, olio su Tela Museo del Prado, Madrid

clip_image042 clip_image044

Las Meninas, 1957 Museo Picasso Barcellona

Nel tempo le sue opere affiancheranno il surreallismo, l’astrattismo, l’action painting, ma, con il suo stile inconfondibile e originale, Picasso rimarrà, fino alla fine, un maestro del rinnovamento!

Un’ incredibile composizione di Picasso del 1960. Il pittore ha quasi ottant’anni! L’anno dopo si sposerà con Jacqueline Rocque, sua modella e compagna, che dividerà con lui gli anni a venire.

clip_image046

Nudo di donna sulla spiaggia con paletta, 1960 Collezione privata

Picasso è anche grandissimo scultore, ceramista, grafico, incisore… tutto! La sua produzione è vastissima e la sua curiosità insaziabile!

Dipingerà uno dei suoi ultimi capolavori nel 1970, ma continuerà a disegnare fino a pochi mesi prima di morire.

Questa mini rassegna, presenta solo opere pittoriche di Picasso, soffermandosi principalmente su quelle giovanili, meno conosciute, ma di indubbio valore che forse aiutano, come diceva lui, “a capire dove poteva arrivare”.

clip_image048

Le matador, ottobre 1970 Museo Nazionale Picasso Parigi

Una bella foto di Robert Capa fatta a Picasso e Françoise Gilot, in un momento spensierato della loro via.

clip_image050

Robert Capa, 1948 Picasso e Françoise Gilot A Golf Juan

“Credo di saper cosa si provi ad essere Dio”. Picasso

Cieli di Parole Febbraio 2014 Editoriale

Tempo di scrivere, tempo di concorsi letterari

di Fabio Fox Gariani

I concorsi letterari. Un trampolino di lancio agognato per tutti gli scrittori esordienti, ma anche un palcoscenico per quelli “affermati” che sono riusciti a pubblicare, che possono dire a denti stretti come un gladiatore nell’arena: “Io ci sono riuscito!”

Febbraio come ogni anno è il mese in cui molte case editrici e gruppi sensibili sempre a caccia di nuovi talenti, attivi nel circuito editoriale italiano, iniziano a far decollare nuovi concorsi.

Cieli di Parole, da sempre attenta fin dal primo storico numero online dell’ottobre 2010 a questo tipo di iniziative, come anche per i festival cinematografici dedicati ai giovani filmmakers esordienti, selezione e filtra le più importanti iniziative segnalandole nelle nostre rubriche dedicate alle news curate dalla nostra Mimma Zuffi.

clip_image002

Scacchi e letteratura: arte infinita, lo speciale di apertura di questo mese di Cieli di Parole, la dove l’eternità del gioco si fonde con l’essenza della creatività.

E’ con piacere quindi che diamo spazio e segnaliamo a tutti gli amici lettori che ci seguono, aspiranti scrittori e scrittrici, l’apertura delle iscrizioni alla quinta edizione del concorso IoScrittore entro e non oltre il 28 febbraio 2014, che ha come obiettivo finale la pubblicazione in formato ebook del romanzo vincitore.

A titolo di cronaca ricordiamo che l’opera letteraria, Le colpe degli altri di Vittorio De Grassi, è stato il primo ebook vincitore dell’edizione 2013 del torneo letterario IoScrittore, che ha raggiunto in breve tempo i vertici delle principali classifiche di vendita. Significativa la sua presenta online, segnando un altro punto a favore dell’espansione del valore commerciale della narrativa in formato ebook, tanto che è stato, n. 1 su Kobo (sabato 1, domenica 2 e lunedì 3 febbraio 2014), n. 1 e nella top 10 dei più venduti degli ultimi 15 giorni su IBS, n. 2 su Amazon (sabato 1 e domenica 2 febbraio 2014), n. 3 su BookRepublic, dove compare anche tra i libri consigliati. Ricordiamo inoltre che nel corso degli anni molte opere premiate da IoScrittore con la pubblicazione presso una delle sigle di GeMS hanno scalato le classifiche ebook, oltre a quelle dei libri cartacei: Il rumore dei tuoi passi di Valentina D’Urbano, Il cuore selvatico del ginepro di Vanessa Roggeri, L’ombra del commissario Sensi di Susanna Raule e La notte del gatto nero di Antonio Pagliaro. Il successo di IoScrittore continua con l’entrata in classifica anche di romanzi pubblicati solo in versione ebook.

Il prossimo appuntamento è con il romanzo vincitore del premio Vanity 10, in uscita il 20 febbraio in tutti i negozi online. Le iscrizioni alla quinta edizione di IoScrittore sono aperte fino al 28 febbraio 2014 da questo link:

http://www.ioscrittore.it/ioscrittore2014/iscrizione.aspx. Gli scrittori partecipanti sono già 839 (e il numero aumenta di ora in ora).

Il regolamento completo è disponibile sul sito http://www.ioscrittore.it/regolamento

E ora a noi. Cieli di Parole di febbraio ha in serbo come sempre una nutrita kermesse di articoli, speciali, news, narrativa e curiosità dal mondo dell’editoria e del cinema.

Primo gradino di questa scala invernale funestata da un clima meteo degno di un film in stile “come ti distruggo il mondo”, è lo speciale di apertura di questo mese, Scacchi e letteratura: arte infinita che, seguendo quello pubblicato nel numero di aprile 2013 dedicato a cinema e scacchi, chiude la circolarità del tema affrontando il mondo degli scrittori che, giocatori di scacchi o meno, hanno tratto spunto dall’humus che il “nobil giuoco” o “il gioco dei Re” ha da più di duemila anni esercitato sulle menti artistiche e curiose dell’uomo. Un viaggio ricco di sorprese tra luci e ombre, tra il bianco sfolgorante e il nero tenebroso delle sessantaquattro caselle della scacchiera.

Nello spazio dedicato agli speciali di questo numero vi segnaliamo quelli scritti appositamente dalle nostre “cinque moschettiere” di redazione al femminile: il primo, graffiante, incentrato sul romanzo di Kurt Vonnegut, Mattatoio 5 o la crociata dei bambini di Selene Giada Rossi, quello sulla recente mostra dedicata a Pablo Picasso a cura di Giovanna Rotondo, il terzo incentrato sullo scrittore Giuseppe Lupo: viaggiatori nelle nuvole di Tiziana Viganò, Charlie Parker di Marina Fichera e infine l’esaustivo Un uomo più triste e più saggio: Samuel Taylor Coleridge a firma di Alessia Ghisi Migliari. Una vera e propria abbuffata letteraria…

Di altro registro sono i pezzi centrali di questo numero di febbraio. Quanti di voi, magari appassionati di fantasy o supereroi Marvel avranno desiderato cavalcare a fianco di Re Artù, brandire il mitico martello di Thor o fare quattro chiacchere davanti a una tazza di buon caffé con un supereroe dei fumetti americani? Anche per i meno attratti da questa sfera di personaggi che hanno fatto grande la letteratura e il fumetto fantastico, l’invito e quello di andarvi a leggere La spada nella roccia: da Artù a Thor della nostra infaticabile Alice Colombo e Dialogo con Silver Surfer, supereroe dei fumetti USA a firma di Emanuele Rossini che si è armato di una tavola da surf e…

Per l’intervista impossibile, appuntamento canonico e gustoso di Cieli di Parole, Giovanni De Pedro, rispondendo come sempre puntuale alle chiamate del direttore editoriale, si è proiettato nel futuro intervistando i robot positronici della fantascienza più classica, scoprendone delle belle. Sempre di De Pedro non poteva mancare un omaggio al grande attore Arnoldo Foà che non ha certo bisogno di presentazioni.

Di altro registro, dal teatro al cinema, è l’angolo dedicato alla recensione cinematografica. Il recente film The Councelor, che tanto ha fatto discutere nel bene e nel male su varie testate cinematografiche, è passato sotto la lente d’ingrandimento del nostro Vincenzo Zaccone che ha eseguito un’autopsia in stile CSI.

Il corner della narrativa questo mese propone ben quattro racconti brevi La riconoscenza e Il sogno di Milena Boldi, La vérité est plus dangereuse que la légende di Giuseppe Amoroso e infine Qualcuno ha perso un bottone di Giovanna Rotondo.

Come sempre troverete le puntuali rubriche Le Perle, Cibo e Parole e le Breaking News a cura di Mimma Zuffi e Sfogliando Milano di Paola Carbellano accompagnate da uno stuolo di recensioni editoriali tutte interessanti.

Il resto, scopritelo da soli. Buona lettura e buona caccia con Cieli di Parole.

Come sempre… Stay tunes!

SPECIALE Scacchi e letteratura: arte infinita.

Di Fabio Fox Gariani

Due stili. Due attività che di artistico e di rigore hanno molto in comune. La letteratura con le sue regole, la costruzione della frase, la trama e il ritmo, i dialoghi, i personaggi e le ambientazioni Gli scacchi con le mosse, le tre fasi di partita: apertura, mediogioco e finale, la logica e il freddo calcolo tattico e strategico che si fonde nell’armonico piano di gioco simile alle note di uno spartito di una sinfonia classica.

clip_image002

Dentro agli scacchi si nasconde un mondo: ogni mossa costruisce il sentiero della nostra esistenza…

Scacchi e letteratura dicevamo. Questo speciale, segue, a distanza di più di un anno, quello pubblicato su Cieli di Parole nello scorso aprile 2013 dedicato al cinema e agli scacchi. Ci è sembrato doveroso affrontare sulla stesso tema ma con un approccio diverso, quello letterario appunto, il rapporto che intercorre tra questi due mondi in apparenza lontani.

In apparenza. Si perché molti scrittori, sono o erano giocatori di scacchi; basti pensare a Vladimir Nabokov autore del romanzo La difesa di Luzin, scrittore del celebre Lolita da cui Kubrik trasse l’adattamento cinematografico, o l’altrettanto noto Stefan Sweig con Novella degli scacchi e il nostro Paolo Maurensig con La variante di Luneburg e il più recente L’arcangelo degli Scacchi lucido e coinvolgente romanzo incentrato sulla vita e l’ossessione del giovane Paul Morphy geniale giocatore di scacchi americano vissuto realmente alla fine dell’Ottocento.

clip_image004

La top model Carmen Klass è giocatrice agonistica oltre a essere presidente della Federazione Scacchistica dell’Estonia. Foto Fabio Fox Gariani.

Dalle nebbie del tempo rumori di battaglie…

Sono queste, per contro, le mosse che giocheremo sulla scacchiera virtuale di questo speciale.

Gi scacchi sono un gioco vecchio di duemila anni, che affonda le radici in un passato misterioso, circondato da nebbie. Alcuni storici lo vogliono nato dapprima in Cina, altri in India, emigrato ai tempi di Alessandro Magno nel mondo greco, poi scomparso e riapparso ai tempi della Prima Crociata in Terrasanta quando, gli eserciti crociati e i Cavalieri Templari lo scoprirono, tra una battaglia e un assedio feroce, dai saraceni del Saladino che già da secoli giocavano al “gioco dei Re”. Approdato in seguito nelle corti reali si diffuse in Europa e con l’avvento del Rinascimento ebbe a splendere in tutto il suo fulgore con la nascita di varie scuole di pensiero scacchistico, italiane, spagnole, arabe, francesi, tedesche e inglesi.

Quest’imponderabilità delle origini è affascinante e la dice lunga su come gli scacchi siano parte, patrimonio del DNA intellettuale della razza umana, come la letteratura e la prosa del resto. In questo contesto è affascinante riportare un passo dello scrittore Massimo Bontempelli in La scacchiera davanti allo specchio:

“Gli scacchi sono molto, molto più antichi dell’uomo; molti secoli dopo che esistevano gli scacchi sono nati gli uomini, che sono all’ingrosso una specie di pedoni, con i loro alfieri, re e regine e i cavalli ad imitazione di quelli degli scacchi. Poi gli uomini hanno fabbricato delle torri; hanno poi fatto delle altre cose, ma quelle sono tutte superflue. E tutto quello che accade tra gli uomini, specialmente le cose più importanti che si studiano poi nella storia, non sono altro che imitazioni confuse e impasticciate di grandi partite a scacchi. Solo noi Scacchi siamo veramente eterni.”

clip_image006

I pezzi sono schierati, gli eserciti pronti…

Foto Fabio Fox Gariani.

Una fotografia potente, sfolgorante quella che il Bontempelli traccia facendo “parlare” in prima persona proprio loro, i pezzi degli scacchi, ancorandosi molto tempo prima, a una celebre frase che Bobby Fischer, controverso e combattivo ex campione del mondo americano nel 1972, pronunciò al riguardo intervistato da un giornalista che gli chiese cosa fosse per lui questo gioco. Immediata e secca la risposta: “Gli scacchi sono la vita!”

Altrettanto penetrante è l’immagine poetica che Ibn Al Mutazz, poeta arabo del 1040 circa, ci regala con la sua prosa dedicata al gioco degli scacchi, alle battaglie in miniatura che si svolgono sulla scacchiera composta da sessantaquattro caselle:

O tu che con cinismo attacchi

il gioco a noi caro degli scacchi,

sappi che la loro storia è arte e scienza.,

il loro gioco è sollievo dal dolore,

nel guerriero infondono pazienza,

dell’amante curano le pene del cuore,

se minacce e pericoli sono alle porte,

in essi ritroviamo comunque e sempre

compagni solitari della nostra sorte.

Il rapporto con la letteratura e il gioco degli scacchi

Sono innumerevoli le citazioni e tutte sono impossibili da enumerare. Per i più curiosi li invitiamo a cercare in rete siti di scacchi che raccolgono nelle loro pagine online parte di queste storie organizzate per autore e periodo storico. Per noi, in questo contesto, è importante ricordare che oltre con l’aspetto artistico e creativo della letteratura, gli scacchi hanno forti rapporti simbolici con la matematica, la musica, la morale e la psicologia comportamentale e cognitiva, il calcolo, l’arte della guerra in ogni sua forma come il generale cinese Sun Tzu ricordò più di mille anni orsono.

Per questo motivo, grazie al suo potere simbolico ed evocativo, attrae altri mondi affascinanti quali la pittura, la scultura, la musica, il cinema e il teatro, la politica stessa e persino, in tempi recenti, gli spot pubblicitari (celebre quello di qualche anno fa per un noto gestore telefonico la gag divertente del trio comico di Aldo, Giovanni e Giacomo).

La letteratura, la narrativa di genere però è forse quella che, assieme al cinema, ha attinto a profusione da questo calderone di simboli ed emozioni. Molti scrittori e scrittrici nell’arco di oltre un secolo hanno subito il fascino degli scacchi (alcuni di loro erano anche scacchisti di buon livello, n.d.a.) ed è pressoché impossibile enumerare tutte le opere narrative (romanzi, racconti, poesie, testi drammaturgici teatrali) nelle quali affiorano idee, strutture, personaggi, ambienti e metafore scacchistiche anche se, in taluni casi, i riferimenti possono essere sottili o simbolici.

clip_image008

Affrontare i propri demoni…

Diverso invece il discorso per quelle opere letterarie, romanzi e racconti, incentrati pienamente sul “nobil giuoco” degli scacchi: i già citati Novella degli Scacchi, La difesa di Luzin, La variante di Luneburg, L’arcangelo degli Scacchi o il testo teatrale di Giocosa, Una partita a scacchi, il romanzo di Elias Canetti, Auto da fé e il giallo storico La tavola fiamminga di Arturo Pérez-Reverte a cui si aggiungono quello a sfondo politico Zugzwang, mossa obbligata di Ronan Bennett, La Regina degli Scacchi di Walter Tavis, il romantico e toccante La giocatrice di scacchi di Bertina Henrichs che ha visto anche una trasposizione cinematografica, e il più recente e algido giallo investigativo Sfida cruciale, dello scrittore islandese Arnaldur Indridason incentrato su un feroce delitto di un giovane ragazzo in un cinema di Reykjavik, in Islanda, nel 1972 durante lo storico match per il titolo mondiale di scacchi tra i Grandi Maestri, l’americano Bobby Fischer e il russo Boris Spassky.

L’elenco potrebbe continuare a dimostrazione di come la letteratura trova da sempre un humus fertile nel quale impiantare nel campo degli scacchi i propri semi, le proprie trame.

clip_image010

L’ultima fatica di Salvatorelli, romanzo giallo-storico interamente ambientato in Italia, edito nel 2012 da Piemme.

Scrittori e scacchisti: Nabokov e La Difesa di Luzhin

La letteratura, come il cinema e il teatro del resto, da sempre hanno preso a prestito il mondo della scacchiera, le sue 64 caselle e la figura del giocatore profondamente assorto nella costruzione di piani tattici e strategici volti al raggiungimento della vittoria pagando sempre un prezzo per le proprie scelte.

Affrontare la vasta mole di opere letterarie e filmiche che hanno avuto quale nodo drammaturgico l’universo degli scacchi è una missione improba vista la quantità materiale disponibile (provate con un motore di ricerca a digitare “scacchi e scrittori” o “scacchi e cinema” e ve ne renderete conto di persona); affronteremo per contro le opere narrative e i film più significativi, con un occhio a quelle che hanno raccolto un vasto eco di pubblico e gradimento, senza peraltro dimenticare le opere “minori” o meno conosciute.

clip_image012

Il capolavoro scacchistico di Nabokov edito da Adelphi.

Nella categoria di “grandi scrittori” che hanno prodotto e si sono cimentati attivamente come giocatori di scacchi, troviamo la figura del celebre autore russo Vladimir Nabokov (1899-1977), celebre per i suoi intensi romanzi, tra cui il celeberrimo e discusso Lolita del 1993 che ha visto anche l’adattamento cinematografico grazie al genio di Stanley Kubrick. Nabokov, anch’egli appassionato giocatore di scacchi, scrisse nel 1929 il famoso romanzo La Difesa di Luzin, (in molte altre traduzioni troviamo Luzhin, n.d.a.) edito in Italia da Adelphi. La trama di quest’intenso e poetico romanzo, tratta del tragico insanabile conflitto interiore tra genio e normalità, volontà e predeterminazione, ragionevole esistere del quotidiano e leggi del fato, del giovane scacchista russo Luzhin.

Il titolo del romanzo, allude a una ipotetica mossa in apertura giocata durante un’importante partita di torneo da Luzhin stesso (inventata da Nabokov, n.d.a.), dalla quale si dipana una storia costruita con sottile e deliberata ironia, come una lunga partita giocata contro la vita, che a sua volta di sviluppa lungo l’arco di vent’anni del personaggio protagonista a cavallo tra una luminosa San Pietroburgo di stampo imperiale, idilliache località termali tedesche e la Berlino degli anni Trenta con i suoi ricchi emigranti russi.

Al centro di questa scacchiera, è proprio il caso di dirlo, Nabokov piazza abilmente il pedone-Re di Luzhin: inerme di fronte al prossimo, alla vita quotidiana, quasi un alieno in terra straniera, il campione russo consegue attraverso il suo genio per gli scacchi un misterioso e insondabile potere che lo sospinge molto al di là del mondo ordinario; ma l’ascesa e la caduta inevitabile e drammatica di Luzhin, da bimbo svagato e geniale a campione di scacchi perdente e suicida, sono per Nabokov l’occasione per delineare in controluce, con eleganza le sequenze di mosse, gli attacchi e le difese, combinazioni strategiche e arrocchi di Re, stalli, scacchi al Re nemico, catture di pezzi e abbandoni, il tessuto narrativo che forma l’intero romanzo in cui dominano l’ironia che investe l’illusorietà delle scelte libere e virtuose, contrastate dal disegno del caso e l’intuizione di una dimensione futura, al di là dell’umano.

clip_image013

Una bella immagine di Nabokov perso tra il suo esercito sulla scacchiera…

E’ interessante sottolineare che l’algido nitore degli scacchi converge su un altro pathos, messo in luce nella prefazione del romanzo dallo stesso Nabokov:

“Fra tutti i miei libri russi, La Difesa di Luzhin contiene e diffonde il “calore” più intenso, cosa apparentemente strana se si pensa quale supremo potere d’astrazione si attribuisca agli scacchi.”

Il campione russo muoverà i suoi pezzi nella sfida finale con l’avversario di un tempo, vero lato oscuro di se stesso, e al tempo stesso avrà tempo di giocare un’altra importante partita, quella dell’amore: incontrerà la donna della sua vita, la Regina sulla scacchiera e con essa dovrà fare i conti.

Nel leggere le pagine di Nabokov, toccare con mano l’ossessione e la follia creativa per gli scacchi esplicitata da Luzin, ci sembra di ascoltare una voce che sussurra da lontano, sibilando tra le sabbie dell’antica Persia, persa in dune scintillanti dorate e ombre da Mille e una Notte. La prosa del grande poeta persiano Omar Khayyàm (1048-1131) fotografa in un’istantanea il mondo degli scacchi e la vita:

“Di giorni e notti, il mondo è una scacchiera, ove il destino gioca con le pedine umane; le muove di qua e là , dà scacco matto, e dopo, a una a una, le ripone nel forziere del Nulla.”

Dobbiamo aggiungere qualche commento?

La novella degli scacchi, ovvero la follia sulle 64 caselle

clip_image015

Il romanzo di Zweig, altro capolavoro della narrativa che trae spunto da scacchi, follia e orrori della guerra.

Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petropolis, Rio de Janeiro, 1942), figlio di un industriale ebreo, ebbe una raffinata formazione culturale, arricchita enormemente da viaggi in tutta l’Europa classica che formarono le solidi basi del suo lavoro di scrittore. I suoi primi passi tra “le parole e le lettere” le iniziò precocemente da un punto di vista letterario, traducendo autori del calibro di Baudelaire e Verhaeren, collaborando come giornalista a con diversi periodici dell’epoca; allo scoppio della Prima Guerra mondiale assunse nel mondo degli intellettuali, divisi tra ideali politici e nazionalismo, una posizione pacifista stringendo amicizia a Ginevra con Romani Rolland.

Al termine del conflitto, dopo il 1918, visse a Salisburgo. Più tardi, nel 1935 con l’avvento delle ombre del nazismo di Hitler in Austria, Zweig si trasferisce a Londra. Qui inizia la produzione delle opere più belle e significative della sua carriera letteraria: autore di narrativa, poeta, drammaturgo e di una fortunata serie di biografie, ha tracciato un toccante ritratto del romanzo dell’impegno asburgico e della vecchia Europa nella famosa autobiografia Il mondo di ieri edita nel 1944.

Appassionato di scacchi, anche Zweig, in qualità di scrittore ha ceduto alla tentazione affascinante di costruire attorno all’arena della sessantaquattro caselle della scacchiera un romanzo intenso, coinvolgente: Novella degli scacchi pubblicata in Italia da Garzanti.

clip_image017

Stefan Zweig ai tempi della scrittura del romanzo.

E’ più che evidente agli occhi di un lettore, sia esso appassionato del gioco che semplice spettatore di questo affascinante universo, che per Stefan Zweig l’arte degli scacchi fa parte di un universo composto da valenze che richiamano con forza la poesia classica, la difesa della spiritualità europea, dell’amore per l’intelligenza, del gusto per la musica e l’armonia dei valori. Anche la sua vita, come il Re sulla scacchiera fu così: trascorsa tra intensi viaggi e le colline di Salisburgo, la sua casa aperta a molti degli amici scrittori e intellettuali del tempo che venivano a trovarlo da ogni parte del mondo, collezionando mobili antichi tra cui entrando in possesso dello storico tavolino di Beethoven sul quale componeva le sue opere.

E forse, ispirato dall’essenza del grande compositore, Zweig a sua volta “compose” il romanzo dedicato agli scacchi che ha visto nel 1960, grazie alla regia di Gerd Oswald l’adattamento cinematografico sul grande schermo intitolato Scacco alla follia. In Novella degli scacchi (Scachnovelle), scritto nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi con la sua seconda moglie nella cittadina brasiliana di Petropolis, il 22 febbraio 1942, leggiamo tutto il dramma di una partita giocata contro la morte, dilagante in quel periodo a causa degli orrori scatenati dal nazismo nel mondo; in queste pagine del suo romanzo, per molti una specie di testamento spirituale dell’Autore, si percepisce la disfatta dei valori e il crollo degli ideali tanto cari a Zweig che egli affidò proprio agli scacchi, ai suoi pezzi, alle mosse da giocare sulla scacchiera.

La trama si articola raffigurando nel drammatico scontro scacchistico tra il colto, fine e sensibile, ma pericolosamente sdoppiato e maniacale dopo la prigionia in un campo di detenzione nazista, dottor B e l’ottuso e semianalfabeta ma scacchisticamente geniale, feroce e vincente, Grande Maestro russo Czentovich. Nelle pagine del romanzo si legge un disperato stato di abbandono e d’animo che investe l’archetipo protagonista, il dottor B, travolto dalle ombre della stanchezza, della follia incombente, di rinuncia alla lotta dopo tante battaglie sulla scacchiera osservando la guerra che dilaga in Europa.

clip_image019

Foto di scena tratta dall’omonimo romanzo di Zweig, adattato per il grande schermo dal regista Gerd Oswald con il titolo Scacco alla follia (1960). In piedi al centro il dottor B (Curd Jurgens).

Lo scontro scacchistico tra il dottor B e Czentovich che avviene all’inizio del romanzo nell’elegante cornice a bordo di un piroscafo in navigazione nell’Atlantico, salpato da New York diretto a Buenos Aires, propone attraverso la penna di Zweig due avversari titanici: l’intelligenza pura contro la “forza bruta” del pensiero scacchistico. Stilisticamente e tecnicamente rispettoso delle logiche e dinamiche del gioco, il romanzo mette a confronto due giocatori, due campioni che sebbene contrapposti in un certo senso si assomigliano in quanto approccio e determinazione nel giocare la loro personale partita; Zweig ci racconta di due “grandi partite”, match con la vita: la prima è la somma di tutte le partite del dottor B, recluso in isolamento in un oscuro e freddo campo di concentramento nazista sul volere della Gestapo, impegnato a giocare con se stesso a scacchi ogni giorno, ricordando in lucidi flashback tutte le partite da lui condotte nel passato in qualità di maestro di scacchi. Questa strategia, lo salva dalla follia incombente dell’isolamento indotto dai sui aguzzini. Potenti sono le svolte narrative nel romanzo che propongono l’iniziale privazione di tutto, l’abile furto di un libro di scacchi nascosto in una tasca di un cappotto di una SS, le prime partite giocate sul disegno a quadretti di una coperta con pedine di mollica di pane che egli stesso crea, la speranza che l’esercizio mentale lo salvi dalla follia, poi la rinuncia improvvisa di scacchi e scacchiera, lo sdoppiamento nell’antagonismo contro di sé, la schizofrenia e il delirio di onnipotenza. Tutti questi elementi, assieme, formano il substrato della complessa personalità del dottor B, che una volta tornato in libertà, seduto davanti alla scacchiera è pronto ad affrontare il feroce mastino Czentovich, un altro essere umano.

clip_image021

Il dottor B solo, isolato, nel campo di prigionia nazista, sopravvive ala follia giocando a scacchi su una coperta.

Due archetipi, due avversari: un solo gioco

Czentovich, il russo. Il mastino. Un’entità viva che il dottor B per la prima volta ritrova davanti a sé in una partita reale. Egli è un vero campione, il migliore sulla piazza. E qui Zweig introduce la “seconda partita”, il secondo arco narrativo del romanzo, centrale per lo sviluppo finale della trama.

Czentovich non è un nazista, per quanto avversario pericoloso per il dottor B: è solo un semplice ragazzo russo, ex-contadino semianalfabeta, ma genialmente predisposto nel gioco degli scacchi che è stato in grado di sbaragliare i più forti giocatori del suo Paese. Non ha fatto nulla di male al personaggio protagonista ma è al tempo stesso l’incarnazione della sua nemesi, l’antagonista puro per eccellenza. E’ in questa analisi che troviamo l’annullamento dell’iniziale aurea di ferocia scacchistica che sembra aleggiare attorno al campione russo; difatti non lo è da un punto di vista umano del dottor B, piuttosto si pone su un piano trasversale, avversario immanente del narratore, lo stesso Zweig.

Scendendo in profondità, nell’abisso della trama di Novella degli scacchi, è allo scrittore che Czentovich ha fatto qualcosa: il giovane campione russo ha solo quel dono naturale, nient’altro nella vita sembra interessarlo, sproporzionato e disarmonico per certi versi, quasi rubato ad altre interezze e racchiuso in un insieme di rozzezza e ruvidità.

clip_image023

Anche nella pittura gli scacchi entrano di forza. In questo quadro di Truppe Karl del 1942, l’uomo si gioca la vita giocando contro la morte.

Per Zweig è un campione “specializzato” al pari di un atleta centometrista, potente e veloce, o di un pugile pronto a menar colpi sul ring. Nella lettura del romanzo, e quindi della partita a scacchi, le mosse giocate e la tensione nervosa che pervade il dottor B appaiono struggenti, costringendoci giocoforza a decidere per chi parteggiare. Scopriamo il piano di gioco del giovane russo, veniamo a sapere che non è solo una “macchina da guerra”, capace di stritolare i suoi avversari alla scacchiera: egli inizia a provare interesse per il suo avversario studiandone le mosse, sa bene chi si trova di fronte, perché non infierisce e perché la sua posta a partita parte da un minimo di duecento dollari.

Lentamente, mentre la partita di dipana davanti agli occhi dei due avversari, il lettore avanza con loro in nuovi territori, in una terzo mondo, una “terza partita”; si scivola da un confronto fatto di pezzi sulla scacchiera ad altri più astratti e ascritti alla sfera delle emozioni, del passato, della storia e della psicologia. Troviamo in questo contesto la tragica resistenza spirituale e intellettuale agli orrori del nazismo (una specie di difesa ad oltranza che si trova nei finali di partita a scacchi, n.d.a.), alla netta percezione del tramonto dell’anima aristocratica e sensibile, destinata a soccombere come in uno scacco matto innanzi all’intelligenza arrogante fredda, selettiva, del nuovo che avanza e, per contro, vincente sul passato.

clip_image025

Un’immagine culto per tutti i cinefili. Foto di scena da Il Settimo Sigillo di Bergman. Il cavaliere Block, a destra, di ritorno dalle crociate sfida la morte in una partita a scacchi. Valenze e simbologie potenti in questo capolavoro del regista svedese.

E’ a questo punto che la trama del gioco e del romanzo si incrociamo creando una speciale alchimia. Il dottor B combatte anche questa volta contro se stesso, ricordando l’orrore del campo di concentramento, incapace di percepire l’essenza umana di Czentovich ma soltanto “l’anima della partita” che traspare come un sussurro dalla scacchiera, scivolando inevitabilmente nella follia e nel delirio della propria mente. E’ una specie di autismo delle 64 caselle, bianche e nere, nelle quali egli è prigioniero, una ferita che non si è mai cicatrizzata pienamente. Una domanda sorge spontanea: chi gioca veramente contro Czentovich? E’ Zweig stesso, rispondiamo noi, il confronto scrittore-creatura, narratore e archetipo che s’intrecciano in un magico gioco di specchi le cui diagonali di questi due Alfieri, come sulla scacchiera, tracciano strade infuocate.

Concedetemi un ultima riflessione al riguardo. Bisogna mostrare nei confronti di questo romanzo un profondo rispetto soprattutto per quanto concerne le intenzioni con cui fu scritta quest’opera. Zweig, ricordiamolo, visse in un’epoca in cui certe differenze sussistevano ancora; la sua brillante scrittura, la sensibilità messa nella costruzione dei personaggi in Novella degli scacchi sono esaltate dalla minuzia psicologica con cui intesse la trama (come una vera e propria partita a scacchi), costruendo mossa dopo mossa gli avvenimenti. Tutti gli appassionati di scacchi nel mondo conoscono questo romanzo e anche coloro, che avulsi dal “nobil giuoco”, ne hanno esaltato la profonda spiritualità dimostrando, se v’era necessità di farlo, l’immortalità intrinseca che, come rammentavamo all’inizio di questo speciale, impregna quale fonte d’ispirazione il mondo della narrativa come del cinema.

La variante di Luneburg: scacchi e sangue

Un altro capolavoro letterario a sfondo scacchistico è sicuramente il romanzo La variante di Luneburg di Paolo Maurensig edito da Adelphi. Nato a Gorizia, classe 1943, Mauresing, dopo questo romanzo d’esordio uscito nel 1993, oggi ristampato in varie edizioni, pubblica Canone inverso (1996) da cui è stato tratto l’adattamento di un film nel 2000 da Ricky Tognazzi, Venere lesa (1998) e L’uomo scarlatto (2001), gli Amanti fiamminghi (Mondatori, 2008) e L’oro degli immortali (Moranti, 2010). Ritorna alla scacchiera, da un punto vista letterario s’intende, nel 2012 con il suo ultimo lavoro, L’ultima traversa edito da Lorenzo Barbera Editore di Siena, nella collana Short.

Maurensig, oltre che scrittore brillante e quotato, è anche uno scacchistica che ha giocato per molti anni a livello agonistico. Come lui stesso ha ricordato nel bel saggio scritto dal giornalista Anania Casale, Scacchi: attrazione immortale edito da Aliberti Freestyle nel 2011, gustosa e brillante raccolta di interviste a personaggi dello spettacolo, del giornalismo, della scienza, dell’industria, letteratura e musica giocatori accaniti e al tempo stesso cultori di scacchi (troviamo Povia, Piero Angela, Neri Marcorè, Piergiorgio Oddifreddi, Paolo Fresco, Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri e molti altri…):

“Per una decina d’anno – spiega Maurensig nell’intervista di Casale – la mia passione per gli scacchi è stata letteralmente divorante, mi impegnava quasi tutti gli istanti della giornata. E’ come una droga, forse peggio: i giocatori abituali sanno bene di che cosa parlo. Pensi agli scacchi mentre sei a un convegno, stai seguendo una riunione di lavoro, giochi e rigiochi una partita mentre stai per prendere sonno. Mi sono accorto che durante un torneo, per la continua tensione, potevo perdere cinque o sei chili. E poi la famiglia maltollerava che mi assentassi così spesso per giocare. Per fortuna sono stato “distratto” da un'altra attività che mi ha occupato la mente.”

clip_image026

Il romanzo di Maurensig spalanca le porte su mondi diversi attraverso l’intreccio delle mosse giocate su una scacchiera misteriosa.

Questa seconda attività, è stata la musica. Infatti, Maurensing è un cultore e studioso di musica barocca tanto che è diventato un costruttore di flauti (si definisce in alcune interviste “flautaio”…), flauti speciali, copie di flauti antichi, che ha fornito a vari musicisti dell’epoca. Di nuovo, sugli scacchi a proposito del suo romanzo La Variante di Luneburg:

“E’ stato quasi inevitabile per me raccontare un mondo e un tipo di esperienza che non solo conoscevo bene, ma che mi aveva coinvolto in maniera così totale. Ho cercato di raccontare, più che il gioco, le emozioni e gli stati d’animo che suscita, qualcosa che fino a quel momento non mi pareva fosse stato descritto in maniera adeguata. E inoltre volevo aprire uno squarcio su un ambiente pieno di gente strampalata, tutto genio e sregolatezza (…) Naturalmente in letteratura tutto viene riportato a un livello simbolico. Non si può negare però che, per un professionista, ogni mossa è così importante, per la carriera, per il benessere economico da rasentare questa percezione di “vita o morte”. Io stesso ricordo di aver giocato alcune partite drammatiche in cui una singola mossa rappresentava, in quell’istante, tutta la mia vita, tutto il mio mondo.”

clip_image028

Gli eserciti sono schierati, le anime dei pezzi pronte a giocare…

E’ una fotografia, quella che scatta Maurensig, lucida e precisa del mondo della sessantaquattro caselle. Il romanzo, che ha visto un adattamento teatrale con la voce narrante di Milva, è un inno profondo al mistero e al lato oscuro che gli scacchi possono evocare; non è una colonna, attenzione, bensì una fusione di elementi, luci e ombre, bianco e nero, che pongono i protagonisti della storia davanti al tema della morte. Come in Novella degli scacchi di Zweig, lo scenario è collegato a una serie di flashback narrativi, crossover ideali in cui il tempo presente dell’io narrante traghetta il lettore al passato e al dramma del nazismo e all’orrore dei campi di concentramento. Una scacchiera dai poteri occulti che punisce il giocatore che muove il pezzo sbagliato o esegue la mossa più debole durante la partita, un delitto, due personaggi (il misterioso maestro ebreo di scacchi, Tabori e il suo giovane promettente allievo), questi e altri elementi formano il mix giusto di un cocktail narrativo potente che lo stile dell’Autore spalma nell’arco di tutto il suo romanzo. Diversamente dall’opera di Zweig, Maurensig entra ancor più in profondità in quello che è il rapporto mentale e psicologico del giocatore di scacchi, seduto davanti a una scacchiera dai connotati a dir poco soprannaturali. Lo scenario storico, le ombre del male incarnate dai Kapò nazisti nel campo di concentramento, la partita che deve essere giocata sul filo della vita e della morte da parte del protagonista, creano nodi affascinanti agli occhi del lettore. L’opera, viaggia a cavallo tra il giallo storico e il thriller per certi versi. Emblematico è l’incipit del romanzo:

“Sembra che l’invenzione degli scacchi sia legata a un fatto di sangue.”

Lapidario. Immediato e tagliente come un colpo di spada. L’attacco iniziale scaraventa, è proprio il caso di dirlo, il lettore nel media res della trama.

clip_image030

Paolo Mauresing, autore del recente romanzo L’arcangelo degli Scacchi edito da Mondatori nel 2013 dedicato alla vita del giovane campione americano del’Ottocento, Paul Morphy.

E’ come un colpo di pistola (nella storia il fatto è proprio legato a un’azione di questo genere) che chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. Subito la trama pone degli interrogativi: è un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera, che affonda le radici in un oscuro passato, è legata a una mossa di scacchi, la Variante di Luneburg. Una partita, una mossa dicevamo, l’esecuzione di un piano di gioco che ha come posta in palio la vendetta. Alle spalle di questa scenografia in chiaroscuro, abilmente costruita da Maurensig, si spalancano glia abissi dell’inferno, quello umano, quello dei campi di concentramento nazisti, dell’Olocausto che vanno a racchiudersi sulla scacchiera.

Vita e morte ricordavamo più sopra. Mosse giuste al momento giusto. Come nella vita di ogni giorno. Asciutto, teso, La Variante di Luneburg offre uno spaccato interessante, immortale, del “gioco dei Re” dove ogni personaggio, Tabori il maestro, il giovane allievo promettente, e l’antagonista tedesco Frisch giocano la loro partita partendo da direttrici diverse che si convogliano verso un centro, l’anima umano. Ogni conto verrà presentato, ogni debito saldato. Nel sangue.

clip_image032

L’ultima fatica di Mauresing, L’arcangelo degli scacchi,

Mondatori 2013.

Altri scrittori, altri scacchi…

Di seguito citiamo in una panoramica veloce altre opere a tema scacchistico uscite nel circuito editoriale italiano e ancora reperibili, interessanti e stimolanti sia dal punto di vista letterario che dei contenuti e messaggi che gli autori, tutti grandi scrittori affermati nonché scacchisti per passione, hanno saputo infondere nella loro prosa.

Una partita a scacchi con Albert Einstein

di Dürrenmatt Friedrich

clip_image034

La copertina del pregevole romanzo di Durrenmatt.
Non sono molti gli scrittori del Novecento che possono vantare una conoscenza scientifica pari a quella di Friedrich Dürrenmatt. Nel 1961 scrisse I fisici. Tra i personaggi, una spia comunista che fa finta di credersi Einstein, nascosta in un manicomio. Nel 1979, sull'onda del successo internazionale di questa pièce e in occasione del centenario della nascita di Albert Einstein (quello vero), il Politecnico Federale di Zurigo, dove lo scienziato aveva studiato e insegnato, invitò Dürrenmatt a tenere una conferenza. Apparsa in edizione originale da Diogenes con l'aggiunta di una serie di osservazioni scritte dopo averla pronunciata, la conferenza è qui tradotta in italiano per la prima volta. Sue sono le seguenti parole estratte dalla relazione citando gli scacchi:

”Giocare “con un grande maestro” non lo spaventa per la semplice ragione che non è me, ma il grande maestro che gli organizzatori vorrebbero vedere giocare a scacchi. Io non sarei che l’esca. E proprio la mia pochezza rivelerebbe nel modo più chiaro il suo gioco, la semplicità e l’eleganza con cui mi darebbe scacco matto”

La regina degli scacchi
di Walter Tevis

In un orfanotrofio una bambina bruttina e malaticcia, Beth Harmon, scopre all'improvviso lo strumento del suo riscatto: una scacchiera. A diciassette anni si troverà in Russia ad affrontare il campione del mondo, ma le sue paure non svaniranno e anzi, dovrà confrontarsi con i propri demoni interiori.

clip_image036

Il romanzo di Walter Tevis edito da Minimum Fax è l’ascesa della giovane protagonista, Beth Harmon, nell’olimpo degli scacchi internazionali tra dolori, solitudine e forza di volontà.

Beth è brava a ricordarsi le cose: la sequenza delle varianti, i finali. Ha una strepitosa inclinazione tattica, per la quale in Russia i vecchi la chiameranno affettuosamente e con rispetto Lizaveta. Ha la capacità di capire la forza silenziosa dei pezzi su una scacchiera durante un torneo, la loro tensione, di indovinare la trama dei rapporti umani che disegnano con spietato rigore. Gli scacchi sono il suo alfabeto, sono il suo dio. Ma prima di affrontare il mondo adulto e maschile che la circonda e che le impone delle pillole verdi per renderla più disciplinata e mansueta, “per regolarle due volte al giorno l’umore”, Beth dovrà liberarsi dall’ostilità verso sé stessa, quella che riduce l’esistenza a uno stallo rancoroso, pieno di rabbia e sterile, che le impedisce di cambiare natura, di vincere il sortilegio della propria solitudine dando scacco matto al dolore.

La psicologia del giocatore di scacchi
di Reuben Fine

Di registro completamente diverso è questo saggio, un libro di culto nell'ambiente scacchistico apprezzato e discusso nell’arco di molti anni dalla sua prima uscita, edito in Italia da Adelphi. Non per niente l'autore, Reuben Fine, prima di dedicarsi completamente alla psicanalisi, è stato un importante Grande Maestro statunitense che combatté alla scacchiera in importanti tornei internazioni incontrando i “mostri sacri” dello scacchismo sovietico di allora. Molte sue partite sono presenti online in importanti siti scacchistici mondiali e su manuali tecnici di teoria e tattica. Nel suo saggio analizza la psicologia e i comportamenti dei grandi giocatori del passato. Spicca su tutte la frase tagliente di uno di loro: “Mi piace vederli dibattersi”, così confessò a proposito dei suoi avversari Bobby Fischer prima di strappare a Boris Spassky, nel 1972 in Islanda, il titolo di campione mondiale di scacchi.

clip_image038

Il libro-culto di Fine, Grande Maestro di scacchi nonché psicoanalista, edito in Italia da Adelphi.

Al di là delle spiegazioni più immediate (denaro e fama), il saggio ricerca le motivazioni segrete che hanno indotto uomini dai talenti più diversi a dedicare al gioco uno smisurato spazio mentale e pratico. L'autore non offre soltanto una psicoanalisi profonda degli scacchi, ma ripercorre la vita dei campioni del mondo e i loro conflitti interiori: da Paul Morphy, che si ritirò dal gioco all'età di ventidue anni per soccombere poi gradualmente a una nevrosi devastante e paranoica, a Steinitz, che in stati allucinatori giocava contro Dio, concedendogli il vantaggio di un pedone e della prima mossa, al russo Alechin, soprannominato "il sadico del mondo scacchistico", a Bobby Fiscer, un genio dalle reazioni spesso incomprensibili, solitario e combattivo. Il gioco degli scacchi, che incanala, e nello stesso tempo esaspera, un'aggressività implacabile, appare infatti destinato a sviluppare fantasie di onnipotenza. Non mancano però nel libro di Fine, anche gli 'anti-eroi', che cercano di resistervi: né stupisce la difficoltà della loro lotta, ove si pensi che la teoria del gioco coinvolge anche l'ideologia, tanto che si è parlato di stile capitalistico e di Scuola Sovietica, di stile individualistico e di paura del deviazionismo.

Il re degli scacchi
di Acheng

Wang Yisheng è un ragazzo cinese povero, ma un geniale e combattivo giocatore di scacchi. E, in pieno clima di Rivoluzione Culturale, questa è la sua colpa. Viene spedito senza indugio dalle autorità politiche in un campo di lavoro per essere rieducato alle masse. Nemmeno la fame potrà però sopprimere il suo bisogno profondo: giocare a scacchi. Dopo un continuo peregrinare alla ricerca di validi avversari e di antichi maestri, la sua avventura nella campagna cinese si conclude con una indimenticabile partita giocata "alla cieca" senza scacchiera davanti da lui solo contro nove campioni. Il romanzo sottolinea il tema della rivalsa e dell’affrancamento da coloro che vogliono piegarci ai loro voleri e gli scacchi, in questo contesto, sono l’unica arma e scudo da sollevare contro i nostri nemici.

clip_image040

La copertina del romanzo del cinese Acheng pubblicato da Bompiani.

Acheng, pseudonimo di Zhong Acheng, è nato a Pechino nel 1949, figlio di un famoso critico cinematografico. Durante la rivoluzione culturale fu proiettato dalla regione del Shanxi alla Mongolia interna ai confini con il Vietnam per essere rieducato alla terra: da quella esperienza, che fu per lui sconvolgente, ne ha derivato una sensibilità taoista, profonda. Acheng iniziò la sua attività culturale come pittore e scultore. La sua scrittura ha una attenzione maniacale per il dettaglio, essenzialità densa di paragoni sorprendenti e rivelatori. E gli scacchi nella loro circolarità eterna ne hanno esaltato lo stile.

Poesia e scacchi: oltre il confine

Anche la poesia riveste un ruolo importante nel rapporto con gli scacchi. Numerosi sono i grandi autori che hanno preso a prestito le sessantaquattro caselle per adattarle alle parole, come i pezzi durante una partita, muovendo le sonorità della prosa come pedoni, alfieri, re e regine, cavalli e torri. Abbiamo scelto tre poesie, diverse come stili e contenuti tra loro, tutte affascinanti. Buona lettura…

AJEDREZ (SCACCHI)
di Jorge Luis Borges
due sonetti dal volume "L'artefice"

I giocatori, nel grave cantone,
guidano i lenti pezzi. La scacchiera
fino al mattino li incatena all'arduo
riquadro dove s'odian due colori.
Raggiano in esso magici rigori
le forme: torre omerica, leggero
cavallo, armata regina, re estremo,
alfiere obliquo, aggressive pedine.
I giocatori si separeranno
li ridurrà in polvere il tempo, e il rito
antico troverà nuovi fedeli.
Accesa nell'oriente, questa guerra
ha oggi il mondo per anfiteatro.
Come l'altro, è infinito questo giuoco.
***
Lieve re, abieco alfiere, irriducibile
donna, pedina astuta, torre eretta,
sparsi sul nero e il bianco del cammino
cercano e danno la battaglia armata.
Non sanno che la mano destinata
del giocatore conduce la sorte,
non sanno che un rigore adamantino
governa il loro arbitrio di prigioni.
Ma anche il giocatore è prigioniero
(Olar afferma) di un'altra scacchiera
di nere notti e di bianche giornate.
Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
di tempo e polvere, sogno e agonia?

NUOVE STANZE
di Eugenio Montale

Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tua dita.
La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s'apre la finestra
non vista e il fumo s'agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d'uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.
Il mio dubbio d'un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follia di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.
Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d'avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d'acciaio.
DIARIO DAL CARCERE
di Ho Chi Min

Per occupare il tempo, ci si allena agli scacchi.
Pedoni e cavalieri di continuo si affrontano.
Ripieghi in un attimo, in un attimo attacchi:
piede veloce, cervello pronto, sono le cose che contano.
Larghezza di vedute e cura del dettaglio!
Premere senza tregua, risoluto e tenace.
A che servon le Torri se il Re è preso al bavaglio?
Può vincer la partita un pedone audace.
L'equilibrio iniziale rende incerto lo sblocco:
ma la vittoria infine da una parte si piega.
Prepara bene i colpi, tieni saldo l'arrocco,
forse in te c'è la stoffa di un grande stratega.

QUATR SOLD ED FRISE

poesie piemontesi

MAT DEL BARBE’

Di Gino Bertoli

Se al geug dij scacchi, na partia

't veuli vinci su doi pè

an possand, second l'usansa,

'l pedon dnanss al re

e l'aversari bel e sech

come 'n merlo, fè restè,

fa el trabucet con el gieug

ciamà L'atach del barbè.

'L pedon bianch e peui col neir

dnanss ai re fon doi pass

e parej as treuvo nas a nas.

J'Alfiè bianch e neir fan tre pass,

e anche lor a s'ambrasso s-ciass.

Dama bianca, an pò straca,

fa doi pass ès ferma li;

'l vacal neir, dla part ed dòna

fa 'n saot e l'è sorti'.

Soma a pòst. Pa pi' 'ndurmia

la Regin-a 's buta a cori

e s'avsin-a ... s'avsin-a al pedon

de fianch al Re e slo mangia.

Gnun perdon, l'è "scaccomatto".

La partita l'è terminà

con la mòrt ed Sua Maestà.

Per saperne di più…

In conclusione di questo nostro viaggio, contenuto per motivi di spazio editoriale, ma molto più vasto di quanto s’immagini, una vera e propria giungla tutta da esplorare, di seguito per i più intraprendenti o intrigati dalla magia del gioco, consigliamo una visita sui seguenti siti online. Avrete la possibilità di entrare in un nuovo, affascinante universo e, perché no, magari diventare anche voi scacchisti di talento come i personaggi dei romanzi e dei film citati in questo speciale. In edicola o nelle migliori librerie specializzate potrete trovare i mensili Torre e Cavallo, vera colonna portante in Italia dello scacchismo tricolore, in abbonamento postale invece un altro “must” dell’editoria nazionale dedicata al “nobil giuco”, L’Italia Scacchistica o se leggete il francese, l’altrettanto valida Europe Echecs e la tedesca Rochad. A voi la mossa…

www.federscacchi.it

E’ il sito ufficiale della FSI (Federazione Scacchistica Italiana), organo prestigioso dei giocatori agonistici italiani, fondata nel lontano 1924, associata quale disciplina sportiva al CONI. Con sede a Milano, l’FSI, è il punto d’incontro più prestigioso di tutti gli appassionati, giocatori amatoriali e professionisti nazionali. Troverete ogni tipo di notizia, news, tornei, indirizzi di circoli nelle varie città italiane, materiale scaricabile per chiunque, punti di incontro e informazioni sull’universo delle 64 caselle. Chi lo desidera può scaricare l’app per giocare online nel sito ufficiale FSI Arena, ricevendo così la tessera agonistica, giorno e notte con giocatori di tutto il mondo o partecipare a tornei federali a cui partecipano i nostri Grandi Maestri nazionali. Unico nel panorama italiano.

www.fide.com

L’ONU degli scacchi nel mondo. E’ la Federazione Internazionale degli Scacchi, la World Chess Federation, che raccoglie tutte le organizzazioni internazionali impegnate nella cultura e diffusione della cultura scacchistica. Oltre a tornei internazionali e al campionato del mondo, troverete moltissimo materiale didattico e storico sui campioni e le campionesse che hanno fatto grande il gioco dei Re. Il sito della FIDE è una porta che vi permetterà di raggiungere altre realtà comodamente seduti davanti al vostro computer.

www.uschess.org/cc/

Sito americano legato alla USCF (United States Chess Federation, www.uschess.org la Federazione Scacchistica Stati Uniti) dedicato al gioco degli scacchi per corrispondenza online. Se avete fame di battaglie alla scacchiera, questo fa per voi.

www.chessbase.com

Altro sito importantissimo e celebre per il gioco online degli scacchi. Creato ad Amburgo, Chessbase (la casa madre è la produttrice di importanti software scacchistici della serie Fritz, Shredder, Junior e Houdini in vendita anche in Italia) è la “bibbia” per tutti gli appassionati, amatori e professionisti. Freeware è anche l’applicazione da scaricare e installare per giocare sia su pc che su Mac. Ogni giorno, in tempo reale, in ogni parte del mondo centinaia di migliaia di giocatori sono collegati non stop. Potete registrarvi con un vostro nickname, giocare, sfidare chiunque o assistere alle partite dei grandi campioni internazionali. Interessante è anche la sezione settimanale con lezioni online tenute da Grandi Maestri di alto livello. Ogni tanto compare anche Garry Kasparov, ex-campione del mondo.

MATTATOIO N. 5

 

(a cura di Selene G. Rossi)image

 

 

Billy Pilgrim, protagonista di Mattatoio N. 5 – o La crociata dei bambini di Kurt Vonnegut, non ha la stoffa dell’eroe. Sua grande dote è quella di viaggiare nel tempo, libero dai vincoli che questo impone a tutti gli esseri umani, muovendosi liberamente avanti e indietro, rivivendo i momenti della sua nascita, della sua morte e di tutti gli eventi che hanno caratterizzato la sua esistenza. “Così va la vita,” una delle battute più famose del libro, ripetuta ogni volta che muore qualcuno, indica la profonda passività di Billy, caratteristica che gli permette di accettare tutto ciò che gli capita. È grazie a questa sua “dote” che è in grado di passare sopra a tutto senza mai arrabbiarsi. Ciò si evince, per esempio, quando attraversando un ghetto abitato da neri ignora tutta la sofferenza di cui è testimone, rendendoci suoi complici nell’accettazione di ciò che è ma non dovrebbe essere.

image

Edizione italiana di Mattatoio

N. 5

Mattatoio N. 5, una sorta di autobiografia in cui Vonnegut ripercorre le esperienze da lui vissute durante la II Guerra Mondiale, è scritto come se fosse un romanzo storico/fantascientifico. L’autore ha scelto questo stile per cercare di esorcizzare i traumi vissuti durante la sua permanenza in Germania; infatti, grazie al suo alter ego Billy affronta uno dei grandi problemi legati alla guerra, ovvero quello della violenza e della discriminazione da essa contemplate per la risoluzione di un problema. Ma in realtà, una volta che ha preso il via, la guerra non porta altro che follia, caos e dolore, non è più controllabile e gli stessi soldati che dovrebbero cercare di contenerla, spesso non ne sono in grado.

Questo romanzo è racchiuso all’interno di una cornice contrassegnata dai capitoli 1 e 10 in cui lo stesso Vonnegut, eccezionale scrittore e pacifista convinto, parla sia delle difficoltà incontrate nello scrivere questo libro sia di quali ripercussioni abbiano avuto su di lui i bombardamenti di Dresda. Anche se a un primo colpo d’occhio, Mattatoio N. 5 potrebbe sembrare solo fantascienza, in realtà, se si penetra al di sotto della superficie, noteremo che Tralfamadore altro non è che la Terra stessa, un luogo raggiunto da Billy quando è in preda alle allucinazioni create sia dall’uso probabile di sostanze allucinogene, sia dalle ripercussioni delle ferite alla testa da lui riportate. La condanna della Guerra, di qualunque guerra, appare chiara fin dal principio quando Vonnegut fa visita a uno degli uomini che si trovavano a Dresda con lui, Bernard O'Hare. Durante la loro conversazione, Mary, moglie di Bernard, si dice preoccupata perché pensa che Vonnegut celebrerà l’eccitazione legata alla vittoria sul nemico; d’altronde, continua la donna, erano solo dei bambini quando parteciparono alla guerra, bambini derubati della loro innocenza e costretti a far da testimoni a una violenza talmente eccessiva da perseguitarli ancora o da essere addirittura stata repressa al punto di far loro dimenticare tutto ciò che a essa era ed è legato. Vonnegut è d’accordo con lei e la rassicura sul fatto che il libro non sarà ciò che lei teme.

Con il secondo capitolo si avvia l’avventura di Billy Pilgrim; da qui in avanti la sua vita viene descritta in modo frammentario, senza rispettare una linea temporale coerente e lineare. Fin dal principio ci viene detto che tra Vonnegut e Pilgrim esistono parecchie somiglianze – come, per esempio, l’età e la loro esperienza a Dresda.

Se dovessimo però decidere di analizzare la vita di questo personaggio atipico, questa potrebbe essere riassunta in modo abbastanza semplice. Nato nel 1922 a Ilium, cittadina fittizia create da Vonnegut in cui sono ambientate altre sue storie (come Ghiaccio-nove (Cat's Cradle, 1963) e Galapagos (Galápagos: A Novel, 1985), Billy diventa, con il passare degli anni, un uomo debole e problematico.

Prima di essere chiamato per andare in guerra, frequenta per un breve periodo la Scuola per diventare ottico. Dopo un addestramento quasi inesistente, viene spedito a combattere in Europa, in quella che è nota come l’Offensiva delle Ardenne. Catturato dai tedeschi, vivrà la sua prima esperienza extratemporale. Billy e altri prigionieri di Guerra sono imprigionati in un campo pieno di russi e con qualche ufficiale inglese. Un giorno, gli americani sono trasportati a Dresda, una città tedesca nota per la sua bellezza ma priva di qualsiasi interesse dal punto di vista industriale o militare. Nessuno si potrebbe aspettare un bombardamento. Ma la notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945, l’aviazione statunitense e quella inglese radono al suolo la città, lasciandosi alle spalle migliaia di morti. Questo libro trabocca d'ironia anche per il fatto che la descrizione del bombardamento di Dresda, nucleo centrale del romanzo, viene rappresentata in modo vago: “Sopra si sentivano come dei passi di giganti: erano bombe ad alto esplosivo che cadevano. I giganti seguitavano a camminare.” (1) Billy e gli altri prigionieri di guerra riescono a salvarsi rimanendo nascosti all’interno di un deposito per la carne. Il giorno dopo l’eccidio, usciti dal loro nascondiglio si ritrovano a camminare nel mezzo di un paesaggio “lunare”. Senza né acqua né cibo, i sopravvissuti e quattro guardie si avventurano per la periferia della città. Per un po’ di tempo i prigionieri americani trovano rifugio in una stalla ma, ben presto, vengono sfruttati per seppellire i cadaveri. E, ancora una volta, l’ironia di Vonnegut fa capolino feroce. All’inizio, infatti, questo lavoro sembra anche essere sopportabile, ma con il passare del tempo, i corpi iniziano a decomporsi e la puzza diviene intollerabile. Un soldato, sopravvissuto al tragico bombardamento, muore a causa delle esalazioni dei corpi di chi, a differenza sua, è morto sotto le macerie. Una volta terminato il lavoro, Billy e gli altri uomini tornano alla stalla fino alla fine della Guerra. A maggio, i russi arriveranno in città e Billy verrà rimpatriato. La guerra, come rappresentata da Vonnegut, non è eroica o eccitante; è caotica, disgustosa e capace di derubare gli uomini della propria dignità. Le esperienze di guerra vissute dall’autore, e ciò che esse implicano, portarono Vonnegut a ritenere che la guerra è inspiegabile. Ed è proprio per questo motivo che la rappresenta ricorrendo sia alla descrizione storica sia a quella fantascientifica.

L’irrazionalità della Guerra viene enfatizzata in ogni dimensione ponendo l’accento sugli elementi tragici e comici che la caratterizzano. La serietà storica della Battaglia delle Ardenne e del bombardamento di Dresda è in contrapposizione con l’umorismo e l’ironia sottesi all’intero romanzo; apparentemente solo fantascientifico, Tralfamadore è il luogo che permette a Vonnegut di mostrare la sua visione fatalistica dell’esistenza. In realtà, la Storia ricopre un ruolo importante, seppur sempre analizzata in modo ironico; infatti, l’esperienza di guerra di cui è vittima Billy deposita sulle coscienze un chiaro messaggio antimilitarista e pacifista, il cui scopo fondamentale è denunciare la follia insita nella guerra ricorrendo sempre all’ironia. Un esempio tra tutti è dato dall’introduzione di Billy nella storia: lui, l’artigliere Roland Weary e due esploratori della fanteria si ritrovano nel bel mezzo della Battaglia delle Ardenne, separati dal loro plotone. Soli, in territorio nemico, i quattro si “dividono” in due gruppi; il primo composto dai silenziosi fanti - sui quali punteremmo se dovessimo scommettere chi potrebbe sopravvivere - il secondo da Billy e Roland, goffi e rumorosi. I due ricognitori decidono di abbandonare i due maldestri compagni ma, ironia della sorte, sono proprio loro quelli a essere uccisi dai tedeschi mentre Billy e Roland vengono risparmiati. L’innocenza con cui è descritta la tragica fine dei due fanti è racchiusa in una frase: "Da lontano giunsero tre bang inoffensivi" (2). Peccato che nessuna vita giunta alla fine, soprattutto per causa della guerra, possa essere descritta come "inoffensiva." Ma l’atteggiamento di Billy di fronte a questo tragico evento non deve essere considerato insensibile, bensì come causato dallo shock di quella Guerra che ha contribuito a cambiare la sua percezione della vita e che lo ha reso incapace di vedere la realtà in modo “normale”.

image

Un interessante ritratto di Kurt

Vonnegut (1922 – 2007)

Tornato a Ilium per finire la scuola di Ottico, si fidanza con Valencia, figlia del proprietario della stessa. Subito dopo, Billy è vittima di un esaurimento nervoso e per questo verrà ricoverato in un ospedale per veterani dove, per la prima volta, si avvicinerà alla fantascienza di Kilgore Trout (personaggio creato dalla penna di Vonnegut e presente in parecchi suoi romanzi come, per esempio, Dio la benedica, Mr Rosewater o Perle ai porci (God Bless You, Mr. Rosewater or Pearls Before Swine, 1965), La colazione dei campioni o Addio, triste lunedì! (Breakfast of Champions or Goodbye Blue Monday!, 1973), Galápagos…). Una volta dimesso, si sposerà con Valencia, dalla quale avrà due figli, Barbara e Robert.

Il tempo passa e i figli di Billy diventano adulti. Il giorno del matrimonio di Barbara, Billy sostiene di essere stato rapito da alcuni alieni provenienti dal pianeta Tralfamadore. I Tralfamadoriani esistono nella Quarta Dimensione e, per questo motivo, hanno una concezione completamente diversa dalla nostra; per loro, infatti, tutti i momenti accadono simultaneamente e sempre, ed è per questo motivo che nessuno muore realmente. “La cosa più importante che ho imparato a Tralfamadore,” Billy scrive in una lettera, “è che quando una persona muore, muore solo in apparenza. Nel passato essa è ancora viva, per cui è molto sciocco che la gente pianga ai suoi funerali. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. I Tralfamadoriani […] possono vedere come siano permanenti i vari momenti, e guardare ogni momento che loro interessi. È solo una nostra illusione di terrestri quella di credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che una volta che un istante è trascorso è trascorso per sempre.” (3) I Tralfamadoriani credono quindi che quando una persona muore in realtà non muore realmente; si ritrova semplicemente in una situazione miserabile in quel momento e perfettamente viva in un altro. Quest’idea di morte come insignificante fa sì che Bill consideri tutte le morti, anche le migliaia avvenute a Dresda, come tali, permettendogli di eliminare tutto il dolore e i traumi precedentemente vissuti.

Ma questa ripetizione continua ha anche un lato negativo: anche gli atti più efferati si ripetono in eterno, ripresentandosi vividi più che mai alla memoria. Proprio a causa di questi ricordi Vonnegut e Billy non riescono ad andare oltre il massacro di Dresda, continuando a riviverlo e a tenerlo in vita in eterno. Tempo prima - o dopo - durante la sua cattività nello zoo Tralfamadoriano, Billy chiede agli alieni per quale motivo non ci sia la guerra sul loro pianeta. “Oggi [viviamo in pace],” gli risponde un Tralfamadoriano. “Altri giorni abbiamo guerre terribili come voi non ne avete mai viste o lette. Non possiamo farci niente,” – ancora una volta, il distacco emotivo nei confronti di un futuro inevitabile influenza il comportamento di questo personaggio e l’atteggiamento del narratore nei suoi riguardi - “e così ci limitiamo a non guardarle. Le ignoriamo. Passiamo l’eternità guardando alcuni momenti gradevoli. […] C’è una cosa che i terrestri potrebbero imparare a fare, se si sforzassero davvero: ignorare i periodi brutti, e concentrarsi su quelli belli.” (4) I Tralfamadoriani credono che il tempo sia un continuum di momenti esistenti simultaneamente piuttosto che cronologicamente. La loro percezione temporale spiega il modo in cui Vonnegut ha concepito il suo romanzo; ogni scena è divisa da tre puntini in grado di far comprendere ai lettori l’importanza del tempo.

Esposto in uno zoo, Billy si accoppia con la bellissima attrice Montana Wildhack, dalla quale ha un figlio. Come risultato del trauma riportato in guerra, Billy si troverà costretto ad affrontare l’incapacità di vivere appieno la realtà. Tralfamadore è il pianeta fantastico ove Billy si rifugia quando sente che la vita è troppo stressante. Tralfamadore è il simbolo di tutto quello che di giusto c’è nell’universo, indicando tutto ciò che c’è di sbagliato sulla Terra. I suoi abitanti espongono direttamente la lezione che Vonnegut vuole impartire a Billy e ai suoi lettori. La prima cosa che i Trafalmadoriani dicono a Billy è quanto la Terra sia diversa da qualsiasi altro pianeta per quanto riguarda i suoi limiti temporali e per il modo in cui gli essere umani credono nel libero arbitrio. Un Tralfamadoriano dice a Billy: ”Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, semplicemente. Prenda la vita momento per momento, e vedrà che siamo tutti […] insetti in un blocco d’ambra. […] Se non avessi passato tanto tempo a studiare i Terrestri […] non avrei alcuna idea di ciò che s‘intende per ‘libera determinazione’. Ho visitato trentun pianeti abitati dell’universo […] Solo sulla Terra si parla di libera determinazione." (5) È qui che Vonnegut mostra chiaramente di non credere nel libero arbitrio. Descrive la vita e il tempo come inspiegabili, così come lo è la guerra. I Tralfamadoriani dicono a Billy che, anche se la Terra è corrotta, non c’è niente che lui possa fare al riguardo: "È tutto in regola, e ciascuno fa esattamente ciò che deve fare" (6). Così come Billy è stato destinato ad andare in guerra, per decisione di un "essere superiore" (il governo), i governanti sono stati costretti ad andare in guerra per decisione di un "essere superiore" (Dio) e, pertanto, la guerra era predestinata. Quest’idea di fatalismo cerca di giustificare l’irrazionalità della Guerra. Vonnegut (e i Tralfamadoriani) giungono alla conclusione che questa può essere spiegata solo affermando che essa è stata determinata da un potere superiore. Il fatto che i “Terrestri” credano nel libero arbitrio, opposto al fatalismo, indica che la Terra è corrotta. Tuttavia, andando al di là delle apparenze, Billy sa che gli esseri umani hanno la capacità di essere buoni, proprio come lo è lui. Per questo motivo gli viene “donata” una compagna, Montana Wildhack. Ed è grazie a ciò che si viene a creare un “effetto Adamo ed Eva”, con Billy nei panni di sommo esempio di essere gentile e moralmente adeguato, e Montana in quelli di sommo esempio di essere fisicamente perfetto. I due sono stati messi insieme per popolare Tralfamadore di Terrestri, per dare inizio a una nuova razza umana, in un ambiente lontano dalla guerra e dai mali inspiegabili della Terra. Tralfamadore, parto dell’immaginazione malata di Billy, ironicamente mostra e insegna a Billy le lezioni più razionali di tutto il libro. In contrasto con l’idea di pianeta fittizio, Tralfamadore è il simbolo del fatalismo e del Giardino dell’Eden.

Facendo ricorso a una curvatura spazio-temporale, i Tralfamadoriani riportano Billy sulla Terra nel momento immediatamente successivo al suo rapimento in modo tale che nessuno, all’infuori dello stesso Billy, si accorga che la sua lontananza è durata parecchi mesi. L’uomo non parla di quel che gli è accaduto fino a quando, vittima di un incidente aereo, non subisce delle ferite alla testa. Valencia muore quasi subito dopo. Rimasto vedovo, Billy va a New York e partecipa a uno spettacolo radiofonico durante il quale parla del suo sequestro e dell’idea che i Tralfamadoriani hanno del tempo. La figlia Barbara, ora ventunenne, si ritrova all’improvviso orfana di madre e costretta a prendersi cura di un padre mentalmente instabile; tutto questo la farà diventare una donna frustrata e piena di risentimento. Quando Billy decide cosa ricordare è selettivo: elimina i ricordi dolorosi camuffandoli con altri più desiderabili e piacevoli. L’esempio più evidente è dato dall’invenzione di Tralfamadore grazie alla quale Billy riesce a camuffare il trauma da lui vissuto; ogniqualvolta un ricordo spiacevole fa breccia nella sua memoria, lui si “teletrasporta” immediatamente su quel pianeta alieno. Il camuffamento del trauma viene provocato in vari modi; per esempio, dopo la guerra Billy conduce una vita di successo. È presidente del Lions Club, lavora come ottico, vive in una bella casa e ha due figli. Anche se, apparentemente, conduce una vita postbellica positiva, in realtà, molto è quello che non viene svelato. Al di là del suo benessere vi è un uomo spezzato dalla Guerra e per questo incapace di comprendere ciò che gli sta accadendo. Già dal suo nome si evince, infatti, che Billy, abbreviazione di Willy, è un ragazzo immaturo e non un vero uomo e che la Guerra non l’ha reso una persona migliore ma lo ha messo all’angolo come accade ai veterani di tutte le guerre.

Nel 1976, dopo che gli Stati Uniti saranno stati divisi in tante piccole nazioni e che Chicago sarà stata colpita da una bomba all’idrogeno, Billy sarà ucciso da una pistola a raggi laser.

Pubblicato nel 1969, poco dopo gli omicidi di Martin Luther King Jr e Robert Kennedy, Mattatoio N. 5 è un romanzo scritto in tempi bui che parla di tempi cupi. In quegli anni, infatti, negli Stati Uniti le lotte razziali erano al culmine. Inoltre, gli USA erano coinvolti nella Guerra del Vietnam. I Viet Cong continuavano a lanciare offensive e la popolazione del Vietman del Sud si rendeva sempre più conto del fatto che i loro alleati non erano capaci di resistere o, perlomeno, di lanciare offensive altrettanto serie. Gli americani, per contro, iniziavano a rendersi conto dell’inutilità di quella guerra sanguinosa in cui giovani vite venivano mandate al macello. Nonostante l’opposizione pacifista, la guerra continuò fino al 1975. Tra le fila statunitensi morirono oltre cinquantamila soldati; ma anche tra i Vietnamiti il prezzo pagato fu molto salato. Morirono a milioni, in parte vittime di bombardamenti a tappeto. Il romanzo di Vonnegut sul bombardamento di Dresda fu scritto proprio mentre i politicanti americani stavano decidendo di continuare il massacro. Anche se Vonnegut era consapevole di non poter fermare la guerra, con Mattatoio N. 5 ha scritto un eccezionale romanzo in grado di offrire una visione antibellica interessante che, grazie alla sua struttura, riflette un’idea importante: niente di adeguato può essere detto per spiegare un massacro.

NOTE:

1. Traduzione a cura di Luigi Brioschi, Mattatoio n. 5 – o La crociata dei bambini, Kurt Vonnegut, Ed. Oscar Mondadori, 1988.

2. Ibid.

3. Ibid.

4. Ibid.

5. Ibid.

6. Ibid.